24 maggio 2016
di: Antonio Torresin

All’assemblea generale della CEI il papa è intervenuto con un discorso nel quale ha tratteggiato la forma del prete. Non ha voluto fare una riflessione sistematica quanto offrire uno sguardo, un esercizio di contemplazione “avvicinandosi in punta di piedi a qualcuno dei tanti parroci”, guardano con il cuore, spinto da domande essenziali. «Chiediamoci con semplicità: che cosa ne rende saporita la vita? Per chi e per che cosa impegna il suo servizio? Qual è la ragione ultima del suo donarsi?». Che cosa ha visto papa Francesco? Quale prete immagina per la Chiesa di oggi e di domani? Mi lascio provocare dalle immagini che, come sempre con efficacia, il papa ha usato.

Un prete scalzo
Come Mosè che si avvicina al roveto ardente, il prete di Francesco mentre custodisce il segreto della propria felice vocazione nel mistero di una chiamata che lo attira, calpesta con timore la sua terra «che si ostina a credere e considerare santa». Cammina nel deserto quindi, condivide le fragilità e le ferite degli uomini e delle donne, ma è sorretto dalla certezza che una benedizione è sempre presente nei legami umani. Come un “guaritore ferito” si fa carico della fatica di vivere senza rigidità rigoriste né superficialità di chi non conosce il dramma della vita. In punta di piedi si fa compagno di viaggio degli uomini che ama in nome di quel “roveto ardente” che lo alimenta costantemente. Questa condizione lo libera da ogni preoccupazione di sé: mentre ama non lega le persone alla sua, ma orienta verso quel centro di attrazione che lo anima come il suo più prezioso segreto.

Un prete senza agenda
«Avendo accettato di non disporre di sé, non ha una agenda da difendere, ma consegna ogni mattina al Signore il suo tempo per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro». Un prete accessibile quindi, che non trasforma la dedizione in un affanno, che non recrimina per il tempo che gli viene rubato perché non è suo, che non fa dell’agenda una difesa per sottrarsi agli imprevisti della vita.

Un prete radicato
È un prete che ama la Chiesa come la sua famiglia, la sua casa, la sua radice. È un pellegrino ma non è un solitario, un isolato. Egli appartiene a qualcuno. Anzitutto al «popolo fedele di Dio che rimane il grembo da cui egli è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è inviato». Impara a camminare insieme, diventa capace di uno stile sinodale di Chiesa, sa riconoscere, suscitare, apprezzare vocazioni, carismi ministeri diversi dal suo. Ma anche la fede semplice e umile di uomini e donne lo nutrono con la loro amicizia e la condivisione delle loro storie. Cresce in lui la stima e la benevolenza, non conosce invidie e risentimenti.

Un prete povero
perché cammina con i poveri e non si lascia attrarre da mondanità che corrompono o affannare dagli affari che troppi beni portano con sé, appesantendo il suo ministero con uno spirito di pura conservazione. Dai poveri lo ha imparato: l’essenzialità e la sobrietà rendono leggero il passo della vita.

Un prete felice
Infine è un prete che ha vinto la tristezza che spesso oscura la vita, perché conosce la gioia del Vangelo. Pur con tutti i suoi limiti egli «si gioca fino in fondo, si offre con gratuità, con umiltà e con gioia».

Ma è possibile un prete così? La domanda è lecita. Ho letto con alcuni preti il suo discorso alla CEI, ma per la fretta avevo stampato il testo omettendone l’autore. Padre Alessio – arrivato a incontro già iniziato – ha avuto una reazione che mi ha fatto riflettere. «Prima mi sono irritato – ha confessato – perché pensavo fosse il solito discorso di buoni sentimenti di qualche vescovo devoto che ama la retorica spirituale. E mi dicevo: prova tu ad andare in giro scalzo, a non avere l’agenda, a vendere i beni superflui, a non fare una pastorale di conservazione…. io vivo prigioniero degli appuntamenti che tutti vogliono, sono anni che il mio istituto vorrebbe vendere proprietà che nessuno vuole, e se non fai le cose si sono sempre fatte poi tutti i fedeli si lamentano! Poi – racconta – ho capito che erano parole di papa Francesco e mi sono detto che se le dice lui, allora sono vere, e quello che non ha capito sono io, che mi devo convertire». La reazione di padre Alessio mi ha fatto riflettere. Verrebbe da dire che questi tratti sono i sogni nel cassetto che tanti preti hanno ma che poi non riescono a vivere. Allora sono cose impossibili? Eppure uno guarda papa Francesco e non può non riconoscere in quei tratti qualcosa del suo ministero. Quel prete che descrive è semplicemente quello che lui vive. Certo il papa ha un’agenda che è sicuramente peggio della nostra, lui stesso forse non riesce a liberarsi di molti beni che non rendono propriamente un esempio di povertà il Vaticano, non è certo accessibile come vorrebbe, eppure… In qualche modo capisci che vive il ministero proprio così: scalzo perché cammina con timore e tremore nella terra dove Dio scrive la sua storia di salvezza, accessibile perché tutti si sentono in qualche modo da lui interpretati, povero perché non attaccato ai beni e alle cose, e felice, perché un sorriso come quelli che regala non sono mai di posa. La credibilità del testimone da senso e valore a parole come queste, e forse speranza anche a tanti preti che vorrebbero davvero vivere il ministero così.