Nei meandri della memoria profonda, il primo passo da fare per purificarla e guarirla è chiedere perdono, cioè fare ritorno alla verità. Chiedere e concedere perdono a se stessi e poi agli altri!
Solo l’atto libero, che individua e riconosce il male "nella" memoria profonda, fa nascere e lievitare la purificazione. Questa purificazione attraverso il perdono più intimo  costituisce un obbiettivo fondamentale da perseguire lungo tutta l’esistenza cristiana.

Fare la scelta del perdono, da chiedere e da dare, in un tempo in cui è scomparso il senso della colpa, appare come una fatica immane. Chi cerca di vivere l’etica cristiana del perdono applicandola ai sacerdoti in difficoltà o che hanno cambiato stato di vita spesso rischia di essere classificato nel numero dei non ortodossi o addirittura dei non credenti, da scomunicare.
Eppure, solo chi si accinge a "perdonare" veramente, riceve in dono la capacità di discernere dove sta il peccato e dove sta la grazia, nella vita propria e nella vita di coloro che smettiamo di giudicare e iniziamo a servire. Quando un sacerdote in crisi ci viene incontro e ci chiede aiuto, temiamo di perdere qualcosa, di restare contagiati dalla sua povertà. Se ci accostiamo al suo dolore, sentiamo che è necessario cambiare il nostro modo abituale di leggere la realtà, il nostro stile di vita. E c’invade la paura.

Ogni povero che bussa alla nostra porta e chiede di condividere la sua fatica, ci chiede di cambiare "dentro". Anche nei confronti del sacerdote in difficoltà accade così. Abbiamo timore di stringergli la mano, di accoglierlo, di amarlo perché - se siamo sinceri - egli ci chiama in causa, mette a nudo l’autenticità del nostro vangelo, sfida molte nostre certezze.
Un passo da fare è guardare in faccia queste ed altre paure, radicate nella memoria profonda! E’ guardare all’uomo sacerdote in difficoltà accettando la sua esistenza e la sua complessa realtà come un invito al nostro personale cambiamento. Spesse volte, egli ci rivela le sue e le nostre molteplici povertà. (continua)