Il nostro rapporto con l’uomo sacerdote in difficoltà costituisce un bel test circa la nostra maturità di fede e di speranza, circa l’autenticità del nostro amore fraterno, del nostro amore alla vita, del nostro rispetto per la libertà. E’ un bel campo di lavoro per rinnovare la nostra memoria con la linfa vitale del perdono.

Nei confronti del sacerdote in difficoltà nutriamo sentimenti e comportamenti poco umani, poco evangelici. Di fronte al mistero della persona e della sua libertà, al posto del senso del nostro limite preferiamo sovente disinteresse e freddezza, giudizio e condanna, emarginazione, rappresaglia.

Al posto della condivisione di così grandi travagli interiori, dove si trovano in conflitto il bene e il male, la vita e la morte di un uomo e di molti, anziché "prendere su di noi i loro pesi" e camminare insieme verso il Padre, rimaniamo in balia della paura e del disorientamento. Il loro dramma, la loro gracilità ci disturbano. Preferiamo la scorciatoia: dissociarci dal peccato e dal peccatore e farci paladini dei diritti di Dio e della Chiesa, al di sopra della loro persona, della loro stessa vita.
Quanta fatica nel restituirgli fiducia e stima quando un sacerdote riprende serenamente il ministero. Per anni rimane dentro noi il sospetto, quasi l’attesa della ricaduta! Quanta resistenza nel credere all’efficacia e alla fantasia della grazia! Quanta fatica ad essere sinceramente contenti che  un fratello sacerdote abbia trovato nella laicità la strada più giusta per lui!
La vita del cristiano è impegno di riconciliazione con tutte le categorie degli esclusi, é festa per la liberazione dei prigionieri. Purificare la memoria significa eliminare dalla coscienza personale e collettiva ogni  forma di risentimento o di violenza che l’eredità del passato vi avesse lasciato, e significa aprire il cuore a nuove categorie mentali e a  valutazioni più evangeliche che fondino conseguenti rinnovati comportamenti morali.

La memoria della divisione e della contrapposizione tra fratelli va purificata cioè sostituita da una memoria riconciliata nel perdono. Sono sempre più numerosi i sacerdoti che, riconosciuti come modello di autenticità personale, di coraggio, di apertura profetica nel ministero, improvvisamente decidono di abbandonare la vita sacerdotale in modo irreversibile. Quale la causa della loro decisione? Una risposta va cercata anche all’interno delle nostre stesse case. Quelle persone luminose e feconde non trovavano spazi di vita quotidiana (parrocchie o conventi, cultura o linguaggio), sono mancate le condizioni necessarie e proporzionate alle loro potenzialità ed aspirazioni profonde. La sensazione di restare ingabbiati o asfissiati, per molti di loro, ha preparato la decisione verso più autentici spazi di vita.

Esistono le responsabilità di ogni individuo, ma dobbiamo anche riconoscere che, in molti nostri ambienti, le relazioni interpersonali fatte di estraneità, le certezze statiche, gli ideali formali hanno il sapore della falsità. Di tutto ciò, non dobbiamo forse chiedere perdono? (continua)