Era ancora giovane. Aveva gravissimi problemi, praticamente insolubili e in più aveva anche una salute quanto mai provata. Accettò volentieri di andare in pellegrinaggio a Oropa. Tornò raggiante: aveva fatto "una bella confessione generale da un prete stupendo". Quella mattina celebrò la Messa. Subito dopo si sentì male: il cuore, affaticato da tanti dolori, non ce la faceva proprio più.
Vennero immediatamente due suore dell’ospedale, un semplice sguardo e subito mi  avvertirono: ha poche ore di vita. Certamente a quel giovane prete diede intimo ristoro il perdono dei peccati e il sacramento dell’unzione. Li ricevette con partecipazione profonda, con devozione intensa. Ma quel fratello, spezzato dalla prove inaudite della vita, fu aiutato - forse ancora di più? - da un altro sacramento: l’amore di quelle due suore. Una piangeva in silenzio e gli carezzava il volto con le due mani come una madre, affinché non tremasse così in quell’agonia, e gli sussurrava all’orecchio preghiere sante. L’altra con ogni mezzo clinico cercava di alleviare l’affanno, di sbloccare cuore e polmoni, di riattivare il circolo. Sembrava in lotta con la morte.
Il Signore della vita che fa bene ogni cosa aveva deciso di introdurre il suo servo sofferente in Paradiso. Il cuore, le mani, l’amore di quelle due suore erano l’inizio terreno della vita eterna.