Ricordo molto bene le lezioni di teologia. Avevo ventitre anni e ricordo con quanto stupore contemplavo la sublime dignità del sacerdote. Specialmente mi affascinava e mi appassionava il tema della consacrazione sacerdotale, grazie alla quale nasce nell’universo un essere nuovo ogniqualvolta viene consacrato un ministro di Dio. Non avevo certo difficoltà ad accettare frasi come "non potrai mai più realizzare veramente te stesso al di fuori della missione che ti è stata affidata". Anzi, mi dava gioia e coraggio il fatto che Dio mi avesse assunto per una missione irreversibile impegnandomi in un’esperienza più sua che mia, che non mi avesse trattato come un impiegato arruolato a giornata. Sentivo il fascino della mia nuova personalità che talvolta, nella preghiera, quasi traspariva dentro il mio povero corpo di uomo scelto da Dio. Ma poi, per il molto lavoro, ho smesso di pregare. Per tanti anni non ho pregato più ed è stata progressivamente la fine. Una consunzione lenta, fin sulla soglia della perdita della fede e della speranza.