Iniziai quella sessione terapeutica col mio solito stato d’animo depresso. Mi presentai a quell’incontro volentieri ma carico di malinconia e di idee più o meno confuse e mi espressi in un torrente di parole davanti a quello psicologo che era anche sacerdote. Guardandomi in modo sereno, mi disse: "perché non cerchi di fare qualcosa che ti piace, che ti fa sentire vivo? Qualsiasi cosa purché ti senta più sereno!". Quelle parole mi colpirono in profondità, e più ancora quello sguardo timido e dimesso carico di considerazione e di affetto. Per la prima volta nella mia vita un prete non mi parlò di sacrificio, di croce, di rinnegamento della mia volontà: voleva solo vedermi contento. In quel momento compresi che Dio da sempre mi sta guardando in quello stesso modo, un modo quasi materno, desideroso solo della mia gioia. Subito, scattò in me questa esclamazione: "Se un uomo, se un normale uomo terreno guarda così amabilmente il proprio figlio, quanto più il Padre di Gesù sarà benevolo con me, con la mia vita!". Da allora, anche se lentamente, la mia vita sta cambiando in meglio. Non credo più che il Signore mi ami condizionatamente, che mi voglia dare ad ogni costo la croce, ma che veramente la sua volontà coincide con la mia gioia. Solo così ho cominciato a capire che soprattutto servire è fonte di gioia.