… Il fatto più bello, però, lo ha raccontato nella sua deposizione [al Processo di Beatificazione] il Beato [San] Luigi Orione; un fatto che gli fu riferito in Brasile dal missionario scalabriniano Padre Faustino Consonni.
Lo zelo di Scalabrini era tanto grande che durante la sua visita in Brasile pensò anche di riannodare i contatti con i sacerdoti italiani "spretati", che sapeva presenti in gran numero nella metropoli di San Paolo (parecchi dei quali già con famiglia).
Il suo zelo giunse perfino al punto di organizzare una specie di corso di esercizi spirituali per loro. In apertura del corso, da lui stesso predicato, lo Scalabrini fu tuttavia colto da un senso profondo come di angoscia, perché non se ne aspettava tanti, né così tristamente ridotti, e non sapeva trovare le parole giuste per rompere il ghiaccio.
Mentre in un’attesa incresciosa egli andava girandosi nel dito l’anello episcopale, quasi a chiedergli la buona ispirazione, questa finalmente venne, mandatagli dal cielo: “Vedete - alfine proruppe -: se questa perla del mio anello mi si stacca e va a cadere nel fango, la perla si imbratta, ma … resta sempre una perla preziosa. E se io mi chino e prendo la perla e la metto nell’acqua, il fango se ne va, e la perla riprende il suo splendore … .
Noi, cari fratelli, siamo perle …”. 
La conclusione fu che tutto l’uditorio fu suo fin dall’inizio, e che molte perle si detersero dal fango e ritornarono a splendere.
Beato GIOVANNI BATTISTA SCALABRINI, Vescovo e Fondatore, Aneddoti e Detti, P. STELIO FONGARO (a cura)
Postulazione generale dei Missionari Scalabriniani - Piacenza s.d., p.10.

 

Ho incontrato un sacerdote legato mani e piedi. Aveva trentatrè anni, era stato rimpatriato da una missione perchè totalmente esaurito. "Incapace di intendere e di volere" avevano diagnosticato i medici e ratificato in parecchi.
Ho rivisto Gesù, vestito con la tunica dei pazzi (Lc 23), "disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, uno dinanzi al quale si scuote il capo" (Is 53). Era Gesù nell’agonia, legato e flagellato, crocifisso con i chiodi della nostra incapacità, squarciato dalla lancia del nostro abbandono.

 

Iniziai quella sessione terapeutica col mio solito stato d’animo depresso. Mi presentai a quell’incontro volentieri ma carico di malinconia e di idee più o meno confuse e mi espressi in un torrente di parole davanti a quello psicologo che era anche sacerdote. Guardandomi in modo sereno, mi disse: "perché non cerchi di fare qualcosa che ti piace, che ti fa sentire vivo? Qualsiasi cosa purché ti senta più sereno!". Quelle parole mi colpirono in profondità, e più ancora quello sguardo timido e dimesso carico di considerazione e di affetto. Per la prima volta nella mia vita un prete non mi parlò di sacrificio, di croce, di rinnegamento della mia volontà: voleva solo vedermi contento. In quel momento compresi che Dio da sempre mi sta guardando in quello stesso modo, un modo quasi materno, desideroso solo della mia gioia. Subito, scattò in me questa esclamazione: "Se un uomo, se un normale uomo terreno guarda così amabilmente il proprio figlio, quanto più il Padre di Gesù sarà benevolo con me, con la mia vita!". Da allora, anche se lentamente, la mia vita sta cambiando in meglio. Non credo più che il Signore mi ami condizionatamente, che mi voglia dare ad ogni costo la croce, ma che veramente la sua volontà coincide con la mia gioia. Solo così ho cominciato a capire che soprattutto servire è fonte di gioia.

 

Faccio lo spazzino e ringrazio Dio di essere stato assunto. Mentre pulisco le strade, di prima mattina, dico qualche ave maria. Quando per guadagnare qualche lira in più scendo nei tombini ad ispezionare i grandi collettori delle fogne della città, immerso nell'umido in una oscurità nauseante, con il nodo alla gola, mi viene voglia di dire: "dal profondo dell'anima mia grido a te, Signore". Mi domando quando uscirò dalla tomba.