Città del Vaticano. Paolo VI era ancora giovane monsignore in Vaticano. Era considerato "la persona meno socievole del mondo". La vigilia di Natale lo videro uscire frettoloso dalla Città del Vaticano, avvolto in una mantella che nascondeva un pacco. Andava a cercare la soffitta dove era rifugiato, con la sua donna, un sacerdote (come si diceva allora) spretato che era stato suo compagno in seminario e nel giorno della sacra ordinazione. Sapeva che faceva la fame. Bussò alla porta, consegnò in
fretta il pacco con una busta nascosta dentro e ritornò nella sacra Città.

 

Ti ringrazio per gli auguri natalizi. Li ho trasmessi alle mie tre capre. Sì, mi son portato tre capre quassù. Non per render più natalizia la mia solitudine parrocchiale ma per parlare un pò con qualcuno. Quando belano, sembra mi parlino di amore. O forse Dio stesso mi parla attraverso di loro? Le mie tre capre fanno parte del "mio" presepe di povero pastore.

 

"Sono sei anni che i miei confratelli si sono dimenticati completamente di me. I miei Superiori, che predicano tanto l’appartenenza e si ispirano al Perfectae Caritatis, mi hanno cancellato radicalmente dalla loro memoria. Umanamente sono distrutto. Economicamente non ho nulla, vivo di povertà. O meglio, qualcosina ce l'ho. Una fame continua, fatta di digiuno e di rabbia. Io la croce ce l’ho nel cuore, nella mente e nello stomaco".

 

Roma. A Pietro, un sacerdote diocesano di oltre 60 anni, sofferente nel volto e nello spirito, chiedevo: «ma ti nutri? mangi abbastanza?». Mi ha risposto: « mi arrangio. Ogni giorno vado ai mercati generali e trovo sempre qualcosa di buono dentro ai contenitori dei rifiuti».
Mi è tornato alla mente il mistero evangelico del figlio sprecone (Lc 15) che desiderava nutrirsi di ghiande; in quel ministro di Dio ho visto Lazzaro, il mendicante scacciato dalla mensa del ricco al quale i cani leccavano le piaghe.