Trentanove anni, malato terminale. Era stato abbandonato da tutti. L'ho conosciuto due anni prima della sua fine terrena. Un sacerdote me l'ha affidato (sono una donna!), ho cercato di amarlo con gesti semplici, quotidiani, fedelmente, con il sorriso, la compagnia, il non giudizio. Con l'affetto.
Quel giorno terribile (era l'ultimo giorno) ero seduta accanto al suo letto. Era sfinito, consumato. Quanta intensità, quanta paura quando mi disse: abbracciami, abbracciami, almeno tu. Me ne vado, sto per morire.
L'ho abbracciato, povero Gesù morente. Il mio amore non lo ha trattenuto in vita. Ho capito. Compito di una donna è essere ai piedi della croce e presentare il figlio delle proprie viscere a Dio. Con le braccia impotenti di chi abbraccia l'uomo dei dolori, con le lacrime che fanno nodo alla gola.

 

In così totale naufragio ho perduto tutto di me. Solo mi è rimasto un barlume dì vita, quanto basta per sentirmi tanto stanco. I pensieri nel caos senza la luce della fede, la volontà fiaccata e distorta, la memoria avvelenata, i sentimenti soffocati dalla menzogna. Lo stesso corpo accusa i contraccolpi del dramma dell’intimo. Non ce la faccio più. Indicatemi un deserto dove possa vomitare me stesso. Indicatemi un porto sicuro dove gettare l’ancora. E vero, devo ricominciare a pregare ma non so più cosa sia pregare ... .

 

Ricordo molto bene le lezioni di teologia. Avevo ventitre anni e ricordo con quanto stupore contemplavo la sublime dignità del sacerdote. Specialmente mi affascinava e mi appassionava il tema della consacrazione sacerdotale, grazie alla quale nasce nell’universo un essere nuovo ogniqualvolta viene consacrato un ministro di Dio. Non avevo certo difficoltà ad accettare frasi come "non potrai mai più realizzare veramente te stesso al di fuori della missione che ti è stata affidata". Anzi, mi dava gioia e coraggio il fatto che Dio mi avesse assunto per una missione irreversibile impegnandomi in un’esperienza più sua che mia, che non mi avesse trattato come un impiegato arruolato a giornata. Sentivo il fascino della mia nuova personalità che talvolta, nella preghiera, quasi traspariva dentro il mio povero corpo di uomo scelto da Dio. Ma poi, per il molto lavoro, ho smesso di pregare. Per tanti anni non ho pregato più ed è stata progressivamente la fine. Una consunzione lenta, fin sulla soglia della perdita della fede e della speranza.

 

"Mi manca la forza. Il mio spirito non ha vigore, non so tener fronte al mondo esterno, sono incapace di reggere all’angoscia che mi sale dalla coscienza ... . Sono esposto a tutti, perché tutti vengono singolarmente da me a lamentarsi ma non posso dare loro che una sterile compassione ... . La crisi del momento ha messo a nudo la debolezza che fino allora Dio aveva tenuto celata agli altri ... . Dio è lontano. La più terribile delle mie sciagure, quella che mi rende disperata la vita è il fatto di sapere ora per la prima volta di pregare invano, mentre nel passato ero stato abituato ad essere ascoltato da Dio nella preghiera ... . Della preghiera c’è solo la forma, travolto in ogni direzione da impegni molesti, diviso tra ira, afflizione, sofferenze d’ogni genere ...".
(Sinesio di Cirene, vescovo, citato da L. Padovese in I PRETI, ed. Piemme).