Esistono parole che danno vita e parole che uccidono. Come si configura la parola buona, la parola giusta, da dire al sacerdote che soffre difficoltà?

La parola è un dono di Dio. La parola è il più potente strumento dell’intelligenza umana. Nella parola abbiamo una forza, una ricchezza di cui forse non ci rendiamo sufficientemente conto.

Ci sono parole per cui tutto comincia. Ci sono parole per cui tutto finisce. Usiamo parole di vita, usiamo parole di morte! Quando “parliamo” ad un sacerdote che soffre, può accadere molto, può cambiare molto sia in noi, sia in lui. La sua stessa vita può ricevere impulsi decisivi dalla parola pronunciata da un vero amico.
Per un sacerdote la parola buona è quella per cui la vita comincia, la speranza si accende, l’orizzonte si dilata, le ossa infrante si ristrutturano, la persona si rimette in piedi. E quindi l’opposto delle frasi fatte, dei luoghi comuni che non dicono e non danno nulla. La parola giusta è quella che conduce il sacerdote a dire: “sono sereno”, “ho capito”, “ho deciso”.

Ma la parola siamo noi stessi. Per questo, la parola giusta è qualcuno buono “vicino”. Poiché la parola è buona se dà luce, è necessario che chi parla abbia la luce dentro di sé. E poiché ogni parola è destinata alla vita è necessario che chi parla sia ricco di vita. Altrimenti è meglio tacere. Per poter donare parole buone bisogna essere buoni, cioè persone che riescono a custodire dentro di sé un tesoro di parole giuste e dispongono di un intuito delicato per offrirle con amore, con gusto.
La parola buona diviene straordinariamente efficace quando proviene da una donna o da un uomo che la trovano senza difficoltà, che la pronunciano con naturalezza, come se conoscessero solo parole buone.
La parola giusta è patrimonio di chi sa “prestare attenzione” alle persone, di chi sa andare oltre la superficie e scende nell’interiorità degli altri per cogliervi i tesori nascosti, i germi di vita. La parola giusta è quella di chi sa “sentire” in sé gli altri e il loro dolore. E’ la parola attenta, creata personalmente, ogni volta, per un’unica occasione, anche quando l’interlocutore è sempre il medesimo.

La parola giusta è quella intrisa di rispetto, quella che nasce dalla capacità di accettare l’altro nella sua unicità, nella sua singolarità, quella che non esprime mai alcuna valutazione né giudizio. Chi parla ad un sacerdote “smarrito” dirà parole giuste se sarà capace di riconoscergli la libertà di essere se stesso e di investire la propria vita sui principi in cui crede o anche sulle proprie debolezze e illusioni. E’ parola eloquente e feconda quella che non usurpa né violenta la libertà altrui, che non calpesta gli altrui sentimenti, che riconosce e onora ogni uomo in qualunque situazione si trovi, cercando solo di comprenderlo a fondo e di amarlo.

In troppe circostanze della vita non ci sono parole giuste, ogni parola è sbagliata. L’unica “parola” eloquente è quella non detta. Che meravigliosa parola può essere un silenzio fatto di rispetto, di attesa, di perdono, di preghiera, di amore incondizionato!
Il sacerdote che soffre nello spirito non ha bisogno di ascoltare molto o di ricevere qualcosa. Ha bisogno di avere qualcuno, qualcuno che non faccia nient’altro che accogliere dentro di sé la sua profonda angoscia.
Che accetti di diventare un contenitore di angoscia. Il sacerdote ha bisogno di “sentire” che qualcuno ha voglia di stare con lui nell’esperienza dello smarrimento e della ricerca.

La parola giusta è, così, la parola divenuta "servizio" cioè dono di tempo, di cuore, quella che cerca di colmare la voragine di solitudine dell’altro. Paradossalmente, la parola giusta è l’ascolto.