I sacerdoti in crisi di identità o di perseveranza, molte volte vengono considerati e trattati come “nemici”.

In effetti, le loro posizioni mentali, i loro comportamenti sovente recano grave danno non solo alle singole persone o comunità che vengono coinvolte nelle loro vicende, ma anche si ripercuotono sotto forma di scandalo distruttivo su aree più estese della Chiesa, nel popolo dei fedeli. Nei confronti di quei sacerdoti insorge spontaneo, in molti, un atteggiamento di giudizio, che prelude abitualmente alla condanna e all’emarginazione. «Si tratta di comportamenti morali che non possono essere assolutamente condivisi», si dice degli uni. «E’ indispensabile dissociarsi in tutti i modi dalle loro decisioni, dalle loro forme mentali, dalle loro strumentalizzazioni», si dice degli altri. «E’ bene sperimentino le conseguenze delle loro immaturità, delle loro colpe; è doveroso che si assumano tutta la responsabilità dei loro gesti». In una parola: sono persone da trattare con distacco radicale, tralci secchi da staccare e da buttare nel fuoco della vita. La separazione da loro, attuata nell’intelligenza, nella volontà, nella memoria, è indispensabile, è un dovere.
Paradossalmente, cadono sotto la scure di questi giudizi e della nostra indifferenza proprio quei sacerdoti che, per circostanze personali e non, sono certamente più esposti allo smarrimento e alla disperazione (anche finale) e che sono i più bisognosi di amore incondizionato. Come i lebbrosi di un tempo, poiché sono considerati un pericolo pubblico per la Chiesa, vengono relegati fuori delle mura del cuore e della Santa città.

Quei sacerdoti, vittime di crisi sentimentali che noi giudichiamo inammissibili o schiavi del proprio disorientamento perché legati a mentalità vuote di fede e di “sapientia crucis”, uomini “responsabili” perché coinvolti in spirali di disordine e di ingiustizia o uomini in croce per le conseguenze dei propri errori o per le proprie povertà, li consideriamo “nemici” di fatto, dal momento che decidiamo di tenerli lontani dal nostro cuore, dalla nostra fede, dalla nostra speranza (e dalla nostra borsa), come se appartenessero irrimediabilmente al mondo del male, come se ci avessero fatto dei torti personali imperdonabili, come se servire i fratelli fosse sempre un cammino senza spine. Come se Dio non fosse più forte della loro debolezza, delle loro menzogne, del loro stesso peccato. Come se non esistesse comunque, anche per loro, la grazia sanante e la Provvidenza, in tutto il suo mistero.
Preferiamo lasciarli “moribondi sulla strada”, come quell’uomo maltrattato dai briganti di cui parla il Vangelo.
Nella parabola del Samaritano (le parabole ci rivelano ciò che Gesù e il Padre “vivono” ogni giorno!) una parola esprime perfettamente la natura del cambiamento interiore che urge in tutti noi se vogliamo servire i sacerdoti con un cuore evangelico: «Ebbe compassione di lui» (Lc 10,33).
Il primo elemento di conversione necessario in noi è la disponibilità a “lasciarsi commuovere”, ad avere compassione. Il Signore ci chiede di divenire ogni giorno più sensibili al dolore, ai bisogni, alle ferite del fratello. Ci chiede di assumere personalmente, intimamente i sentimenti che affliggono l’altro. E ci chiede inoltre di partecipare “con commozione interiore” cioè con le profondità della persona ai drammi altrui nel rispetto del mistero della loro storia e della loro libertà. Ci viene chiesta una sensibilità vigile e pronta, gratuita e operativa, sempre memori che la mancanza di sensibilità per il bisogno umano è la perversione dell’umanità, è la negazione del Vangelo.

Solo la “compassione”, cioè la sintonia con “il cuore” dell’altro e della sua storia, conduce a porre atti di misericordia evangelica.
Il precetto dell’amore viene vissuto nella sua massima espressione che è la misericordia, proprio quando il termine dell’amore è un prossimo caratterizzato come “nemico”. Nel sacerdote “nemico” si possono trovare oggettivamente ragioni di rigetto e ostilità che secondo giustizia e prudenza farebbero di quel prossimo un soggetto da allontanare. Tuttavia le condizioni negative di lui non eliminano la realtà fondamentale della fraternità umana e della fraternità battesimale. Anzi proprio quelle condizioni negative, che devono essere superate dall’amore, ci permettono di divenire autenticamente misericordiosi. Certo questo amore per i nemici non si può realizzare se non mediante un “dono” che viene dall’alto, che rende l’uomo capace di amare e di accogliere al di sopra delle proprie naturali possibilità e al di là di qualunque considerazione. Ma questo dono inestimabile viene elargito soltanto a chi “si fa prossimo”, cioè a chi, come il Samaritano della parabola che si “accosta” al nemico giudeo, si “lascia commuovere a compassione” dallo spirito di commozione di Dio.
All’origine di tante e crescenti crisi di identità e di perseveranza dei consacrati non si trova forse anche la nostra “crisi di compassione”?