Accade spesso che un superiore, ispirato dai migliori propositi, in realtà non riesca a stabilire un rapporto di reciproca comprensione
con il sacerdote che vive una crisi di identità o di fedeltà.

Senza la presunzione di essere esaurienti in un tema tanto delicato e complesso, tuttavia possiamo affermare che di frequente quel superiore non ha un’idea chiara del rapporto umano ed evangelico che dovrebbe intercorrere tra lui ed il soggetto che ha di fronte; per cui i suoi tentativi di incontro sono incerti, privi di orientamento, votati all’insuccesso. Non ha saputo dedicare sufficiente attenzione al clima fondamentale di fede che deve ispirare sempre la sua azione, né al sottile mutuo rapporto che si deve creare tra autorità e "suddito" in quella circostanza.
Talvolta i superiori tentano di instaurare almeno implicitamente, un rapporto genitore-bambino, dove viene vissuto (o imposto) il ruolo di autorità e di responsabilità dell’uno e la dipendenza caratteristica dell’altro. Oppure tentano la via dell’amicizia, della completa reciprocità, oppure quella del professore e dell’allievo ove uno insegna e l’altro impara, facendo leva su pensieri e ragionamenti.
Talvolta il rapporto che essi cercano di instaurare è quello del medico con il paziente, con le caratteristiche di diagnosi esperta e di consiglio autorevole, ove ci si attende, o si spera, l’accettazione sottomessa e rispettosa da parte del cliente.
Talvolta, ancora, i superiori vivono contemporaneamente alcuni di questi diversi atteggiamenti, in una faticosa ricerca di dialogo, quasi sempre con una certa trepidazione di non riuscire.
Nessuna di queste strade funziona.
Il rapporto con un uomo in crisi rappresenta un tipo originale di rapporto umano, che non può essere instaurato per tentativi, né deve essere vanificato dalle sperimentazioni. E un rapporto diverso dalla maggior parte dei nostri rapporti di vita, ove il primo incontro deve avvenire con alcune condizioni irrinunciabili, pena la perdita della possibilità di ulteriori sviluppi positivi. Affinché quegli incontri risultino efficaci, comunque costruttivi, i superiori devono essere consapevoli di questa peculiarità, che impegna mente e cuore, tempo e conversione interiore.
Esistono alcuni elementi che caratterizzano l’atmosfera più idonea per simili difficili incontri. Condizioni favorevoli che i superiori cercheranno di creare e di mantenere vive, in virtù del mandato di carità che hanno ricevuto.
Prima di tutto è necessario il calore sincero, trasparente, che rende possibile un avvicinamento dei cuori, delle profondità delle due persone e del loro mistero. Quel calore affettivo, se mantenuto vivo, si evolverà in un rapporto emotivo più profondo, più continuo nel tempo. Si tratta di un legame affettuoso che deve essere instaurato; tanto più necessario quanto più la persona in crisi è lontana o incatenata dentro le sue povertà. Questa partecipazione del cuore, questa "presenza" si concretizza e si esprime attraverso un interesse sincero, attento nei riguardi dell’individuo e nell’ "accettazione" incondizionata di lui come persona, qualunque sia la natura del suo problema e la misura della sua maturità. Sarà bene che il superiore non finga di avere doti sovrumane nè di sentirsi immune dall’eventualità di essere coinvolto in situazioni simili a quella del suo fratello. Crei un clima in cui chi soffre gli possa parlare senza paura di rimproveri o di rappresaglie. Si sforzi di capire, senza manifestare stupore o sdegno anche di fronte a tatti indicibili. E necessario rendersi prossimo, cioè altamente sensibile ai bisogni reali del soggetto che si trova davanti, in modo da recare il massimo giovamento alla sua persona, prima che al Diritto e alle necessità dell’istituto.
E se nonostante tutta la buona volontà del superiore, il fratello in difficoltà non sarà entrato in un rapporto di sincera risposta basata sull’affetto, il superiore non si sgomenti. Forse sta raccogliendo i frutti di ciò che ... non era stato seminato negli anni precedenti; i frutti della mancanza di amore profondo tra sé e la persona dei suoi fratelli. Prenderne coscienza è già un dono. E poi, se avrà fatto di tutto per offrire il proprio cuore e per mantenere la propria amicizia, avrà comunque fatto tutto quanto poteva lealmente e realmente fare. La vita e la grazia faranno il resto, a tempo opportuno.
Un secondo elemento essenziale in quei difficili colloqui è la tolleranza riguardo all’espressione dei sentimenti. Se il superiore si dimostra capace di accettare qualunque affermazione, se si presenta privo di qualunque atteggiamento moralistico o critico, se il colloquio è pervaso totalmente dall’atteggiamento di comprensione e dalla tensione all’unità, alla fedeltà, il soggetto giunge a "sentire" di potersi esprimere totalmente, di potersi affidare. Capisce di essere trattato come persona e sentirà il desiderio di "stare meglio dentro", comunicando finalmente a qualcuno - con la velocità permessa dalle sue inibizioni - le radici di sofferenza che complicano la sua vita.
Un altro elemento essenziale nel rapporto tra i superiori e il "suddito" che hanno davanti è la libertà da qualsiasi pressione o coercizione. Il superiore carico di amore per il fratello disorientato si guarderà bene dall’imporre i propri desideri, le proprie reazioni, i propri pregiudizi, le proprie necessità, le proprie paure. Consigli, suggerimenti, pressioni per adottare un comportamento piuttosto che un altro: tutto ciò non libererà nè farà crescere il soggetto verso stadi più adulti. La vita e la vocazione appartengono al soggetto, non al superiore. Non si tratta soltanto di mantenersi esenti dalla tentazione di influenzare la libertà del fratello. Si tratta piuttosto di creare un terreno fecondo per la maturazione della personalità non ancora sviluppata, in un passaggio particolarmente impegnativo della vita, verso scelte più illuminate, più rispondenti ad una identità "reale" non ancora scoperta né assunta responsabilmente.
Ci si trova alle sorgenti della vera esistenza di una persona, là dove essa decide il proprio destino di serenità, che cosa fare della propria libertà.
Il superiore dovrà saper pronunciare parole buone, parole che tengano compagnia a lungo, che "dicono amore" per lungo tempo, che conservano intatta la loro luce e la loro forza vitale.