Sono molte le contraddizioni che il prete può aver sperimentato nel cammino verso la consacrazione nel sacerdozio ministeriale.
L’esperienza ne conosce alcune.

Il ragazzo entra in seminario per verificare la sua vocazione e maturare una eventuale adesione consapevole. Ma fin dal principio è accolto, difeso, sostenuto, apertamente o implicitamente,  come se già appartenesse al sacerdozio ordinato. Tutto ciò che potrebbe costituire "alternativa" alla destinazione sacerdotale viene considerato come qualcosa di sospetto, di ostile, come una tentazione, da eliminare. In questo modo di sentire si ritrovano alleati molti di coloro che gli stanno attorno, dai superiori alla famiglia (soprattutto la mamma), alla comunità.

Molti preti si portano ancora dentro, a livello emotivo, il segno, le ferite  delle varie "tappe" vissute come tappe definitive verso il sacerdozio, quando invece definitive non erano: dalla talare indossata in seconda media (come segno di  appartenenza al clero), alle tappe successive, vissute come feste di "gruppo" e come tali automaticamente vincolanti a non tornare indietro. Le stesse grandi feste parrocchiali, che dovrebbero esprimere il sostegno della comunità alle giovani vocazioni, hanno alimentato sovente l’incubo dello scandalo, dinanzi alla ipotesi di non proseguire. Invece che come passi avanti, queste tappe possono essere vissute come porte che si chiudono alle spalle. Non siamo più ai tempi in cui, se un seminarista decideva di andarsene, il Rettore faceva stendere il drappo nero dei defunti nella cappella e faceva pregare per la salvezza del ragazzo infedele! Ma ancor oggi puoi sentire espressioni come questa: "Mi faccio prete perché la vita sarà dura ma la pagnotta è sicura", oppure "Lascia che diventi prete e vedrai se me la faccio la macchina!".

Capita che, dopo un’esperienza di appartenenza vissuta idealisticamente nel seminario, il giovane prete venga a trovarsi nel ministero in un tale isolamento da sperimentare una vera e propria non appartenenza. Allora i principi, i ragionamenti, l’ideale verbalizzato sussistono, ma  tutto questo serve solo per una piccola parte nel determinare il comportamento umano e le scelte. Il più viene da lui  deciso a livello emotivo, con l’effetto di neutralizzare il livello verbale. Il bisogno di evadere diventa progressivo, perentorio.

Il cammino dell’appartenenza totale e definitiva alla realtà del sacerdozio ministeriale è di per sé difficile. L’ordinazione sacerdotale comporta un sì totale e definitivo, una decisione per tutta la vita. Le cose sono ben chiare a livello verbale, progettuale, giuridico. E l’interessato è formalmente libero di fronte all’impegno che assume. Ma a livello esistenziale la sua coerenza e fedeltà non saranno senza problemi se "la casa non era fondata sulla roccia" della consistenza psicologica, delle motivazioni autentiche, della vitalità soprannaturale. E della esemplarità convincente da parte del presbiterio.