Accogliere il dolore dell’altro
«Divenire capaci di dolore, contenitori di sofferenza». Sì, stare accanto al sacerdote è assumere pienamente, incondizionatamente il dolore dell’altro, il suo vissuto di ricerca e di gracilità, il suo bisogno di vivere, le sue paure, le sue contraddizioni. Tutto il suo mistero. Il mistero di una persona unica e irripetibile.
In questo contesto l’unico contatto veramente profondo e intenso con la persona del sacerdote si attua nell’accogliere la sua sofferenza facendola propria, con amore e umiltà, rivivendola in se stessi, nella pace, nella preghiera, nel dolore. E’ bello scoprire ogni giorno che al di dentro delle esperienze di fallimento e di morte, si può realizzare un incontro personale, autentico e credibile. Se si rimane al di fuori di questa zona sacra della persona, difficilmente si sperimenta l’incontro tra le persone e, soprattutto, si tocca con mano l’alleanza che risveglia la Vita.
La scelta di farsi prossimo al sacerdote in difficoltà spesso risveglia le migliori energie, le ricchezze e le sfumature di umanità e di grazia che altrimenti, forse, rimarrebbero assopite.
Quando ci si pone in atteggiamento di accoglienza, di ascolto profondo e di condivisione gratuita, allora si sperimenta con meraviglia che anche il sacerdote percepisce questa vicinanza come una presenza buona e benefica, come una sorgente di energia. Egli riceve il conforto che attendeva, anche se il suo cammino sarà, con tutta probabilità, ancora lungo e faticoso. L’atteggiamento di non giudizio, nutrito di fiducia e rispetto, fa lievitare  un rapporto che  è "di grazia".

Perché l’armonia si ricomponga
Quando ci si colloca in atteggiamento di dono, in realtà si riceve il centuplo nella lievitazione di bene che ci viene regalata dal di dentro. Mentre si crede di aiutare il fratello a guarire dalle ferite, ci si sente progressivamente risanare nell’intimo.
Certo, non è facile partecipare da vicino alle sofferenze del sacerdote. Contemplare le ferite di una creatura fragile, amarla anche come vittima di ingiustizie e di dimenticanze altrui di cui porta le conseguenze, richiede una buona dose di umiltà e di coraggio, richiede la conversione della mentalità, richiede l’abbandono dei luoghi comuni e la loro sostituzione con la certezza che "le Sue vie non sono le nostre vie".
Questa contemplazione attenta alle sfumature e alle profondità dell’altro e della sua storia, matura  il desiderio e la gioia di dargli una mano e la volontà di impegnarsi a fondo, con fedeltà, perché si ricomponga l’armonia e l’unità profonda di quell’uomo che ci sta accanto e con cui si condivide il dono dell’amicizia e il risveglio della speranza.
L’amore e la condivisione delle sue sofferenze, per quanto è possibile, conducono  alla "passione" per la sua persona. Accostarsi in punta di piedi, in silenzio, al suo mistero e cercare di offrire con amore solo frammenti di umanità perché ogni sacerdote in difficoltà, con quel pane e quel vino - umanità e fede - che gli si dona, possa stare meglio innanzitutto come persona.
Questo amore è religioso, è mistico. Aderendo alla povertà del fratello che ci sta accanto, si entra in comunione con il dolore dell’Uomo Gesù, con la Sua Divina Persona di uomo crocifisso presente in ogni uomo. Si contempla come in filigrana il Suo Volto in una nuova Sindone, si toccano le piaghe dell’Uomo dei dolori.