La crisi del sacerdote, se è accompagnata prima o poi dalla coerenza morale, è un grido di invocazione verso il Padre, può divenire un itinerario di liberazione, può maturare in pienezza una vita nuova.
Possono essere molti i significati della crisi nella vita di un uomo. Forse i significati sono tanti quanti sono e saranno gli uomini, se è vero che le difficoltà, le prove, i fallimenti non esistono in teoria ma fanno parte di storie concrete, personali, irripetibili. Una cosa tuttavia crediamo si possa affermare. Dal significato che un uomo dà alle proprie crisi, dalla lettura che ne fa e dalle conclusioni che ne trae egli prepara, talvolta determina lo sviluppo, di riscatto o di rovina, che esse avranno.
Quando un sacerdote vive la propria crisi irrazionalmente, senza riflettervi con acutezza e sincerità, intraprende un cammino di progressiva paralisi che può condurre, negli anni, alla morte dell’uomo interiore, dell’uomo più vero e più intimo. Crederà di essere sostenuto dalle proprie idee e convinzioni, riterrà di essere giustificato da mille ragioni, si illuderà di riprendere le redini della propria vita. Ma se non sarà disceso in fondo al proprio mistero interiore, fatto di gracilità umana e di chiamate divine, se non accetterà liberamente il fatto di non appartenere a se stesso, prima o poi soffrirà i conflitti e le angosce interne.
Prima o poi questo accade quando il sacerdote cerca di misconoscere a qualunque costo il senso provvidenziale della crisi ch’egli sta vivendo o quando "sceglie e decide" con superficiale premura, o per timore di sofferenze, o con chiusura mentale ed affettiva nei confronti del Signore. Il sacerdote quando presta esclusiva o maggiore attenzione ai criteri di valutazione egocentrici, quando il suo discernimento è pilotato dalla smania di salvare soggettivamente se stesso dal naufragio, quando accetta di vivere indebolito da compromessi affettivi gratificanti e si adagia su di essi lasciandoli divenire pseudo progetti di vita, allora il sacerdote - in quanto tale - intraprende una strada che lo allontana sempre più dal sacerdozio, inteso come pienezza di amore e come dono di Dio all’umanità.
In questi casi la crisi assume significati non previsti ma comunque accettati dal sacerdote. Sono significati preoccupanti, perché maturati su una base di debolezza o talvolta di ostinazione. Il sacerdote riconosce di basare le proprie analisi e le proprie decisioni soltanto su se stesso; percepisce che è un modo di procedere non tanto sicuro ma non accetta di sottoporsi ad altro giudizio, al giudizio di una verità più profonda e limpida. Vive allora una sorta di indurimento del cuore e del pensiero dove la storia personale viene letta esclusivamente secondo il parametro pagano, cioè la paura di perdere la vita, la paura che Dio tolga la gioia, che chiuda in una gabbia.

Il sacerdote attribuisce alla propria crisi, qualche volta, un significato che non va al di là della realtà vissuta. Innanzitutto quando ne trae conclusioni esclusivamente personali, quando sospinto dall’ansia di non entrare in una spirale di angoscia o nell’impegno di una ricerca faticosa egli si affretta a concludere: "non sono mai stato chiamato a questa vita" oppure "sono troppo debole per poter continuare con coerenza" oppure "Dio non può volere che io sia un falso pubblico e che muoia disperato". Sono frasi che sanno di conclusione, si capisce che emergono da grandi sofferenze ma tutte hanno un grave difetto: quello di aver ignorato una domanda semplice ma basilare: attraverso questa crisi, verso dove mi vuole portare veramente il Signore?
Il sacerdote che si pone questa domanda e che si sforza di ricercare le risposte incontra i significati "di vita" della propria crisi, qualunque essa sia, e raggiunge la maturazione che permette di vedere la realtà più intima e vera di ciò che sta vivendo. Scopre come il tempo della chiamata divina all’impegno è l'"adesso" della crisi. Scopre che non ha senso dire "non sono mai stato chiamato" perché Dio chiama quando vuole. Scopre che Dio preferisce chiamare i deboli e che "nessuno di loro va perduto" quando ricerca fedelmente la verità dentro di sé. Dio chiama chi vuole. Scopre che Dio è veramente con lui, nascosto nelle pieghe e nelle piaghe della propria storia di incertezze, di illusioni, di aspirazioni. È lì che parla, dal di dentro, come un vero amico.

Non va dimenticato che anche il sacerdote in crisi è "nel palmo della mano" di Dio e che vive e si muove in quell’ambiente meraviglioso e invisibile che è Dio. Per questo la sua crisi può divenire il luogo privilegiato dell’incontro tra la creatura e il suo Creatore e, forse, da Dio è voluta soltanto in questo ampio orizzonte. Qualche volta rimane il mistero della cecità dell’uomo che non riesce a percepire i messaggi di Dio e che si porta dentro e si invischia sempre più in condizionamenti interni. Esiste anche per il sacerdote questa tremenda possibilità di consacrare l’eucarestia e contemporaneamente di restare chiuso e indurito nella incapacità di amare veramente. È un "castigo", è una "pena" originata quasi sempre dall’insensibilità alle parole, ai segni, ai richiami del Signore presenti con chiarezza nella crisi. Tuttavia il più delle volte, nel profondo della crisi il sacerdote è spinto a rivolgersi e affidarsi a Dio senza condizioni e lo fa con molta fiducia perché ha la percezione intima che quell’abbandono sia la desiderata soluzione per superare le proprie debolezze e le proprie colpe.
Che dire della colpa nella vita dei sacerdote? Salvo sempre migliore giudizio possiamo dire che nella vita umana e sacerdotale esistono spesso eventi qualificati come colpa e peccato secondo la legge di Dio, eventi vissuti dal singolo come inevitabili, o quasi, nella propria vita. Accade che quegli eventi sbagliati possano divenire addirittura sommamente benefici per il soggetto e per chi gli è vicino, per la loro maturità, per la loro reale conversione.
Le crisi, spesso, appartengono a questa categoria di eventi dei quali è doveroso pentirsi e che tuttavia appaiono alla fine provvidenziali. Il mistero del male nella propria crisi insegna al sacerdote molte cose. Gli insegna a riconoscere Dio sempre presente nella storia di tutti come Amore trascendente, gli rivela che esiste la grazia, gli ricorda drammaticamente che pure lui, il ministro di Dio, è impastato di fango. Spesse volte la crisi realizza il mistero della "felix culpa" di cui la Chiesa canta nella liturgia. Anche al sacerdote viene posta questa sfida: quella di conoscere le proprie colpe e di accettarle come una benedizione.

La crisi del sacerdote, se è accompagnata prima o poi dalla coerenza morale, diviene un grido di invocazione verso il Padre, diviene un itinerario di liberazione. Allora chi aveva tanta paura di perdere tutto si accorge che molte perdite sono un guadagno. Il figlio che ormai si credeva perduto comincia a ritrovare se stesso e la vita, il sacerdote capisce che la crisi era necessaria perché anche lui potesse invocare Dio con cuore più sincero.