Un tempo "dichiarati" formati e consacrati, oggi hanno abbandonato o vorrebbero abbandonare l’impegno di consacrazione definitiva. Quale la parte di responsabilità dei superiori?

Senza dubbio sulla "crisi" di vocazione e di esistenza di molti sacerdoti influiscono cause e circostanze di indole generale e responsabilità personali. Però vanno anche tenute presenti le responsabilità proprie di coloro che hanno il compito di governare e animare una comunità religiosa o il presbiterio diocesano. 

Pare che quasi tutte le crisi di umanità e di vocazione rivelino sul fronte delle responsabilità dell’autorità una certa mancanza di previsione e di intuizione e una certa insicurezza nell’affrontarle. L’equilibrio tra il rispetto della persona bisognosa di speciale aiuto e l’esercizio doveroso dell’autorità è di difficile attuazione. Ma dinanzi a tema così delicato e complesso quale lo smarrimento di un fratello, sembra che l’autorità troppo spesso preferisca abdicare scegliendo l’abbandono e il disinteresse.
Date per scontate le molteplici responsabilità individuali, sembra che frequentemente i superiori responsabili di comunità abbiano preferito il "vuoto di esercizio di autorità" (l’espressione è di P. Arrupe) per quanto riguarda i valori che sono decisivi per la perseveranza e la santificazione dei fratelli.
Durante il periodo di smarrimento la maggior parte di chi si trova in difficoltà, ha bisogno di essere condotto all’amore per la verità, alla fedeltà interiore. Ha bisogno di sperimentare cosa significa essere perdonato con il cuore dai fratelli. Ha anche bisogno di credere di nuovo in se stesso, malgrado le debolezze e gli errori, le presunzioni e le illusioni. Ha bisogno di guarire nella memoria e negli affetti, nella sensibilità e nella vita di relazione. In realtà i superiori si preoccupano principalmente di arginare lo scandalo, poiché, secondo loro, ormai non c’è più nulla da fare. E’ incapacità o disinteresse?

Se si considera l’esperienza di sacerdoti che si trovano in difficoltà, si può affermare che talvolta è stata occasione di crisi da parte di qualche superiore, la non sufficiente attenzione alla fragilità, ai limiti, oppure ai doni, alle potenzialità buone presenti nel fratello, come pure, e ciò di frequente, la non accettazione del pluralismo, tanto personale che apostolico, e il disimpegno nell’armonizzare questo valore con l’unità dei cuori. Fatte le dovute eccezioni e detto con profondo rispetto, certamente nella vita interiore dei fratelli sacerdoti è mancato, lungo il cammino degli ultimi anni, un sufficiente innamoramento dell’Eucarestia, una sufficiente "devotio" mariana, una prassi della confessione sacramentale e della direzione spirituale. Ma anche sotto questi profili l’impegno dei superiori, quali animatori della vita dei singoli e della comunità, è stato sufficiente?

Altrettanto mi pare si possa affermare per le crisi derivanti da sovraoccupazione. Ai superiori manca spesso la capacità di aiutare i sacerdoti a dire "no" e a mettere dei limiti alle esigenze che altri impongono al loro tempo e alle loro energie. Sono rari i suggerimenti cordiali e fermi per un ritorno alla riflessione sulla propria vita affettiva e spirituale. E’ troppo rara una franca ed onesta conversazione, senza censura o intransigenza, fatta di proposte credibili, per una verifica della coerenza personale. Sembra troppo comoda la difesa sulla base del dovuto rispetto della personalità del fratello, cosa che fa scattare una specie di omertà, che diventa via aperta per la crisi di appartenenza e di identità.
E quale la parte di responsabilità del superiore per le crisi derivate dal "pensionamento precoce" o, per altri, dalla ricerca di ruoli socialmente riconosciuti?

Le crisi spirituali e umane dei fratelli alcune volte sono vissute dai superiori come "un altro problema" da risolvere anziché una necessità precisa di un fratello da aiutare, da amare "fino alla fine". Anziché cogliere il mistero, il richiamo di Dio, presente di fatto in ogni crisi personale, si preferisce spesso privilegiare ad ogni costo la serenità della comunità consentendo l’emarginazione progressiva dell’individuo. Si preferisce il criterio del "tappare i buchi" e dei trasferimenti, la mistica dello sradicamento, piuttosto che la attenta difesa e promozione dei talenti dell’individuo che spesse volte è annunciatore di più coraggiose intuizioni pastorali.

Si aprono talvolta ferite molto profonde, ferite che il superiore non poche volte avrebbe potuto evitare o limitare. L’esperienza evidenzia che la perseveranza, la fedeltà dei consacrati dipendono molto dalla maturità umana e soprannaturale dei superiori e dalla evangelicità e attualità dei loro metodi e contenuti di governo. Certamente sarebbe ingiusto riversare ogni responsabilità delle crisi e delle defezioni sacerdotali sulla coscienza dei superiori. Molte crisi sono inevitabili, molte derivano da fattori che esulano dalle responsabilità di chi governa. Tuttavia senza voler colpevolizzare né dare consigli a nessuno crediamo che chi vuole comprendere meglio e aiutare chi si trova in difficoltà non potrà prescindere dai legami che comunque esistono tra le crisi, nella loro origine e nel loro sviluppo, e l’esercizio dell’autorità. Ignorare questo significa rallentare di molto i processi reali di rinnovamento.