Se un solo uomo sacerdote in difficoltà non viene preso in considerazione come persona è un tesoro perduto, un sole che si spegne. Certo. Non si deve vivere l’ansia del "recupero" del sacerdote, fondando la propria azione su chi sa quale idealismo. Piuttosto si deve essere animati da una passione: quella della nascita e dello sviluppo della sua persona, di lui come essere umano e, in quanto tale, figlio di Dio. Anche per il sacerdote questa volontà fondamentale del Creatore non è realizzabile senza la corretta conoscenza di sé, senza l’impegno di mettersi in ordine, senza la fatica di esplicitare, attualizzare tutte le ricchezze che risiedono in germe in ogni persona. La parabola dei talenti ha questo senso concreto e profondo.

Il senso sacerdotale della propria vita, oltre che dalla maturità nella fede, dipende grandemente dalla autenticità umana, dalla interiore armonia e maturità. Amare il sacerdote è aiutarlo a riconoscere e vivere i propri valori profondi, quelli che si trovano lungo tutto il filo della propria vita interiore, della propria storia, valori che rendono possibile la coerenza con le vocazioni e le missioni successive. Questo cammino di formazione di sé, è già una grande “grazia” poiché ogni autentico cammino di verità non è possibile alla persona se non è sostentata dallo Spirito di verità che le è immanente.

L’esperienza costringe a riconoscere che il fenomeno della "doppia vita" è diffuso nel tessuto sacerdotale. Si tratta, onestamente, di un fenomeno che mette sotto giudizio anche i metodi e i contenuti della formazione e le responsabilità di governo. La coesistenza tra immagine e ruoli di consacrato e mentalità e comportamenti di uomo pagano è realtà assai diffusa e forse sottovalutata.
Tuttavia anche la nostra esperienza sembra insegnare che ogni sacerdote in difficoltà, per quanto possa essere ferito, deformato, tradito dalle circostanze della vita, può lavorare su se stesso per divenire persona autentica, persona sana. Le profondità della persona, infatti, rimangono sostanzialmente positive. Questa è una fede maturata dal Vangelo. È volontà di Dio aiutare l’uomo sacerdote a diventare se stesso nella propria ricchezza umana, a far riemergere la propria vita di persona. Anche per questo, le crisi sono necessarie, provvidenziali nella Chiesa.

Ogni giorno facciamo esperienza dell’energia interiore, misteriosa, che rimette in piedi e in cammino le persone ferite. Ci domandiamo: cosa è questa Realtà di trascendenza che abita e caratterizza le profondità dell’uomo?

La formazione "personale" di ciascuno: è questa la priorità delle priorità. Una formazione in profondità che raggiunga l’uomo sacerdote alla radice dei propri atti e dei propri atteggiamenti, là dove nascono i comportamenti. Prima di guardare alla solidità professionale del ministro di Dio, cioè alla sua competenza ministeriale, a ciò che egli sa fare, dobbiamo essere attenti alla solidità “personale”, quella che consiste nel fatto che l’uomo sacerdote è solido in se stesso, all’interno di sé cioè in quello che egli è.

Quest’ultima solidità è la meta umana-evangelica a cui si deve puntare primariamente nel servire. Una formazione personale molto esigente in quanto rimette profondamente in causa la persona stessa, il suo vissuto, le sue certezze. Sarebbe vano e pericoloso imporla a chi non volesse mettersi in cammino verso la maturità e l’armonia. Ma poco a poco l’esperienza della personale risurrezione si allargherà ad altri poiché la libertà, che vive anche in ogni sacerdote che ritrova se stesso come persona, è una libertà contagiosa.

Se un solo uomo sacerdote in difficoltà non viene preso in considerazione come persona è un tesoro perduto, un sole che si spegne. Se viene aiutato a divenire "persona" vivente, e non semplicemente funzionario del sacro, allora è un sole che illumina e riscalda l’intera umanità.