I traumi subiti nell’infanzia si ripercuotono nell’età adulta originando squilibri e disfunzioni e in ultima analisi l’infelicità. Il bambino sofferente che vive in ciascuno di noi ci accompagna per tutta l’esistenza anche quando sembriamo o ci sentiamo maturi. Se in questa parte intima di noi siamo stati maltrattati, trascurati, feriti, abbandonati, il dolore e la rabbia provate un tempo perdurano come ferite profonde. Con il passare degli anni, si ripresentano dal di dentro, traducendosi in motivi di disagio e di scontento, in bisogno di liberazione, di amore.

Guardare con amore quel bambino vuol dire individuare le radici nascoste dei problemi attuali. Queste radici quasi sempre affondano nella qualità delle prime relazioni famigliari. Perseverare in questo approccio a sé nell’intimo del proprio dolore significa intraprendere un cammino di guarigione dalle ferite del passato, di liberazione del meglio di sé che era rimasto soffocato, verso il ritrovamento della gioia di vivere e di una nuova, intima energia ricca di pace.

Il servizio di aiuto al sacerdote deve innanzitutto, con la collaborazione di professionisti collaudati, aiutare il sacerdote a guardare e ad affrontare i dolori irrisolti risalenti all’infanzia, dolori causati dall’abbandono, dalla violenza subita in tutte le sue forme, dalla trascuratezza dei bisogni tipici del bambino, di ogni bambino. Per molti sacerdoti il primo contatto con questo mondo interiore è spesso un’esperienza molto dolorosa tuttavia la nostra fede nella positività della persona li rassicura, li sostiene, li accompagna in questo cammino. Quando diviene l’oggetto di un amore semplice e sicuro il sacerdote scopre e sperimenta questa verità: le profondità della sua persona sono rimaste essenzialmente positive. Questa verità è liberante e vitalizzante. È a disposizione di chiunque voglia ritrovare e abbracciare, così com’è, il proprio bambino interiore.

A partire da questa verità così semplice nascono altre esperienze: la presa di coscienza della propria positività, il dialogo consapevole con questa “parte migliore” di sé, l’esperienza che una nuova energia innata comincia ad emergere e diviene vita, lo scoprirsi in compagnia con questa sorgente intima di rigenerazione e di vitalità nuova. Queste esperienze consentono al sacerdote in difficoltà di riscoprire la fedeltà di Dio stesso nei suoi confronti, di un Dio che è rimasto sempre presente “dentro l’uomo”, pronto a guarirlo non appena l’uomo prende contatto con la verità di sé.

Riconoscere questo bambino interiore, partire dall’amore per lui è quindi un’esigenza della misericordia. Se un sacerdote “adulto” agisce in modo infantile, se vive i comportamenti di un neonato, se è immusonito e chiuso come uno scolaretto imbronciato e incorre continuamente nelle stesse debolezze, negli stessi errori, la prima misericordia da vivere nei suoi confronti è quella di aiutarlo a conoscersi e a lottare per guarire dai condizionamenti infantili che si ripresentano, sotto mille forme, nel corso della sua vita di adulto. Infatti quel sacerdote si presenta a noi come una persona che è cresciuta conservando dentro di sé una parte addolorata e giustamente ribelle, che influenza spontaneamente il comportamento quotidiano.

Può sembrare assurdo sostenere che un piccolo bambino possa continuare a vivere e a influenzare nel corpo, nella mente e nel cuore la persona di un adulto. Ma questo è proprio ciò che l’esperienza di tanti anni ha insegnato anche a noi. Questo bambino trascurato e ferito nel passato dell’uomo sacerdote costituisce una grossa causa della di lui infelicità, delle sue crisi di perseveranza e di identità. Finché non viene recuperato e difeso, riaffermato e promosso alla vita quel bambino interiore che è nel sacerdote, lui sarà costretto a continuare a reclamare, con i fatti e con i dolori.

Ovviamente, urge stare bene attenti a non cadere nel rischio delle generalizzazioni. Siamo consapevoli che ci occupiamo di un dettaglio della vita della Chiesa: i sacerdoti in difficoltà. Questi costituiscono soltanto una piccola parte del presbiterio e sono ben pochi in paragone del totale dei preti viventi. Oltre a ciò, sbaglierebbe chi presumesse di affermare che questa è l’unica strada da percorrere per comprendere e affrontare il fenomeno delle crisi e delle defezioni sacerdotali. La preghiera, la spiritualità, la tensione ascetica, l’amore fraterno, mantengono un ruolo insostituibile nella vita del sacerdote, come pure altri e numerosi valori di vita. Ma stiamo imparando dall’esperienza che non si può pensare di strutturare nessuna spiritualità né identità sacerdotale autentica se si prescinde dallo sforzo fondamentale di favorire una vita psichica armoniosa nel profondo della persona. È facile riscontrare anche nel presbiterio l’ambiguità e la dannosità di una “spiritualità” vissuta come evasione, o sostituzione di una vita psichica normale. Non rare volte il sacerdozio è stato scelto sotto la spinta di bisogni inconsci, come allontanamento da un sé percepito come negativo, o come strada che offriva migliori possibilità per salvare se stesso dal naufragio del non senso. Sacerdozio come volto per esistere, come maschera per rappresentarsi, come piedistallo per affermarsi, come ventre materno nel quale nascondersi, come armatura con la quale difendersi dominando, come legame con il quale contenersi, come pseudo-mistica con la quale purificarsi, o divenire perfetti, eccetera.

Quale vocazione “vive” veramente in questi uomini? Quale identità? Essi si sanno sacerdoti, si pensano, si affermano, si proclamano come tali ma lo sono veramente? Lo sentono intimamente? Gustano, vivono quotidianamente il dono della guarigione affidato loro da Gesù?
Le radici di queste dissonanze sono sempre molto remote e profonde. Bisogna risalire al bambino interiore ferito, pena lo spreco di innumerevoli grazie, prima tra tutte la “vocazione” e la “missione”. Prima tra tutte, la persona.
Non è difficile individuare qual’é il punto di partenza, reale e non magico, per il rinnovamento umanistico del sacerdozio nella Chiesa, per recare ossigeno alla formazione del presbitero umano. Si tratta di partire dal luogo teologico primario, ossia dalla persona, dalla considerazione attenta e rispettosa della sua intimità. Questa pare una strada più efficace. Nei nostri fratelli è il risveglio della Vita.