Riconoscere nella liberazione interiore dell’uomo il criterio decisivo del proprio servizio.

Ci sono momenti nei quali gli uomini si risvegliano da una sorta di letargo e di incoscienza e riscoprono che una vita in pericolo ha valore infinito. E’ come se percepissero che, in quella vita, la loro stessa esistenza è messa in gioco. Accade spesso così, specialmente quando viene minacciata la vita di un innocente. Si decidono iniziative immediate, concrete: c’è un valore supremo da salvare ad ogni costo. Ci si accorge che l’umanità crede ancora nell’uomo, nella persona.
Tuttavia, abitualmente, sembra che rimanga ben profondo il solco che rende la vita di molti priva di gioia: è la distanza dell’uomo da se stesso. In una Chiesa che giustamente offre, anche a noi, la domanda: "credi tu in Dio?" rispondiamo "Sì, poiché crediamo nell’uomo".
L’energia spirituale che mobilita e rende fruttuosi gli sforzi di riavvicinare l’uomo sacerdote a se stesso "in quanto uomo", nasce dall’esperienza sempre più sicura, di una verità preziosa: l’uomo possibile è sempre dentro all’uomo reale e non impegnarsi affinché venga alla luce la persona che vive al di dentro di un uomo in difficoltà, è tradimento e disprezzo del più alto valore del creato. Tutti noi, nelle ricchezze della nostra personale umanità, abbiamo il dono e il potere di risvegliare negli altri i lineamenti autentici della vita.
E’  proprio dell’amore adoperarsi con fiducia e perseveranza affinché "il possibile" divenga vita. Le potenzialità di risurrezione presenti nella nostra amicizia sono immense. Chi si inchina rispettosamente dinanzi all’avvenire della persona in difficoltà è introdotto a gustare le sorprese dello Spirito creatore che abita nella sua creatura. Il rispetto di tutto ciò che è possibile, l’amore a ciò che può accadere di bene, è stato per molti l’ingresso nella vita. La stima per la loro grandezza interiore, per la loro dignità, ha consentito a molti di liberarsi dalle catene della paura, del bisogno.

Accogliere "un uomo che può divenire". Non un corpo anonimo o una maschera vuota. Ogni giorno i problemi gravi e le difficoltà che sembrano insormontabili nel servire le persone, si rischiarano di una luce di fiducia e di speranza: basta rimanere consapevoli dello scarto che esiste tra l’uomo reale e l’uomo possibile, basta rimanere fedeli nel pagare qualche prezzo affinché nel Sacerdote avvenga il passaggio dal "qualcosa" al "qualcuno".
Il grande dolore di coloro che soffrono, anche dei Sacerdoti, è che nessuno ha bisogno della loro amicizia. E il rigetto della loro dignità di uomini. In verità, la sola possibilità di esistere, per loro, sta decisamente nel vedere riconosciuta, con le opere, la loro trascendenza. Come si può volere il bene di qualcuno senza amare la sua dignità di uomo? Qualunque cosa si faccia per gli altri, anche ottimamente, serve a poco se non ci prendiamo cura della loro dignità, se non riconosceremo in loro un valore infinitamente più grande del soccorso che possiamo apportare, se non vediamo unicamente - nelle opere di amore che offriamo - un mezzo per restituirli a loro stessi in vista del bene supremo che essi possono divenire.
Chinarsi sulle ferite di un sacerdote sofferente diviene un insulto quando si dimentica quale miniera di potenzialità di vita egli porta in sé. Ignorare questo, significherebbe confermarlo nella mediocrità, nel disorientamento. Si uccide il fratello quando gli si toglie il diritto ad un’esistenza profondamente umana, con tutte le dimensioni spirituali che questa comporta, o quando lo si lascia perire in un naufragio dal quale lo si sarebbe potuto salvare. La sua morte è una catastrofe, in ragione del bene universale che la sua vita avrebbe potuto far fiorire.