La speranza nasce dal realismo cristiano.

La fede nell’uomo e in Dio, per essere autentica, esige la disponibilità ad attendere e l’apertura ad accogliere gli eventi imprevedibili, gli sviluppi non programmati, l’utilità delle mediazioni incredibili, apparentemente assurde: "I ciechi vedono, i sordi odono, gli zoppi camminano", afferma Gesù con disarmante semplicità.
La nostra fede nelle possibilità di riscatto, presenti in ogni uomo sacerdote in difficoltà, si esprime nell’atteggiamento mentale e pratico dell’attesa: attendiamo che accada il mutamento imprevisto, l’evoluzione ritenuta impossibile, la guarigione di chi era ritenuto spacciato, la maturazione di chi sembrava inaridito. Attendiamo che, come sempre, dentro la persona e la sua storia, inizi un futuro totalmente nuovo, chiaramente regalato.

Una fede ardita
La vita di un uomo, soltanto in apparenza è continuità logica tra passato e futuro. In realtà, secondo la nostra limitata esperienza, matura sovente per il sopraggiungere di eventi che nessuno avrebbe avuto il coraggio di sperare.
Questa è una fede ardita, una fede difficile perché ci vuole un bel coraggio mentale per credere in un Dio, buono così! Una fede ardita che però rende testimonianza piena alla sua misericordia onnipotente. Una fede che corrisponde alla nostra identità di figli del Dio vero, il Dio delle promesse mantenute. Questa fede non è un alibi per adagiarsi nel disimpegno o per scendere a compromessi con il male. Alla persona, a partire da noi stessi, chiediamo di stare sempre dalla parte della verità. Ma, al di là di tutto, crediamo che tutto nella vita è materia di dono.
Siamo testimoni di ciò in cui crediamo. Colui dal quale siamo mandati a servire, sa ricavare dal male il bene per molti, oltre i nostri limiti. Il più grande e continuo miracolo è il bene che fiorisce nelle mani di Chi sta lavorando con questa povera argilla. La prova della sua bontà e della sua presenza in noi è qua: siamo creature piene di difetti che fanno cose buone. Grazie all’aiuto di chi?

La fecondità di Dio
Sulla base di questa esperienza cerchiamo di obbedire al fatto che la sua grazia sceglie e decide secondo modalità assolutamente nuove. Serviamo, e basta. L’ultimo delle graduatorie umane molte volte diventa il primo, il morto risorge, il cieco vede meglio di noi, chi era zoppo salta con gioia. La grazia non decide secondo i nostri schemi. Per lei è sempre mattino di Pasqua. Come a Pentecoste, per lei non esistono porte chiuse.
Questa spiritualità, fatta di entusiasmo e di speranza, diffida delle assolutizzazioni, respinge ogni scetticismo, rifiuta il calcolo e la freddezza, detesta la rassegnazione. Nessuno di noi la sa lunga sull’uomo. Al sacerdote sofferente basta recare il lieto messaggio della fecondità silenziosa di Dio in lui e nella sua storia. Basta lavargli i piedi senza aspettare né chiedergli alcuna contropartita.
Le valutazioni fondate sul passato non sono il metro per costruire il futuro. Il criterio è credere nella continua presenza di Dio in ogni evento della vita di un uomo; è adorare il senso divino, presente in tutto ciò che è stato ed è realtà.
Nel volto affaticato di un uomo non è così difficile cogliere i segni della vita.