Le principali difficoltà che i giovani presbiteri incontrano
nel loro inserimento nella vita pastorale

Inizio con il dire che ci sono tanti segni di speranza, che non devono mai essere trascurati quando si parla dei giovani presbiteri, anche se le critiche e le lamentele nei loro Confronti sono all’ordine del giorno.
Premesso questo è necessario che in maniera molto realistica guardiamo in faccia a ciò che oggi fa più difficoltà ai giovani presbiteri nelle loro iniziali esperienze di inserimento in parrocchia, in modo che tutti noi ci sentiamo responsabili nei loro confronti e siamo per loro di aiuto e di sostegno.

1. Il presbitero di oggi spesso non sa gestire la complessità.
Prova una grande difficoltà a trovare un giusto equilibrio sia a livello personale (equilibrio psicofisico, tra azione e preghiera, tra azione pastorale, studio e formazione permanente), sia nella molteplicità delle relazioni (essere in relazione profonda con qualcuno e rimanere aperto a tutti, accompagnare un gruppo senza chiudersi nei confronti del resto della comunità parrocchiale), sia nella relazione con la donna.

2. Il presbitero di oggi fa tanta difficoltà a inserirsi là dove è mandato.
Spesso fa difetto la logica dell’incarnazione, a cominciare dalle tante pretese a livello di alloggio, di sostentamento e di altre cose non così necessarie. A volte manca di un forte senso di responsabilità in quei settori che gli vengono affidati. A livello più generale, ad esempio, facilmente si cambia parrocchia, si cambia diocesi, si chiede di passare dalla vita religiosa al clero diocesano o viceversa; a livello più particolare, facilmente si passa da una attività all’altra, senza portarne a termine nessuna. Si fa difficoltà ad accettare le sofferenze intermedie. Come dire: un lavoro, o è subito gratificante o è meglio cambiario. -

3. Il presbitero di oggi prova tanta difficoltà a vivere la comunione nel presbiterio.
Fa difficoltà a pregare insieme, a progettare insieme e a lavorare insieme con gli altri presbiteri, a rifarsi al proprio parroco come primo responsabile della comunità parrocchiale. L’appartenenza al presbiterio è avvertita più come un peso che come una grazia. Quanta difficoltà a imboccare la strada della comunicazione dei beni dello spirito intorno alla stessa Parola di Dio!

4. A volte il presbitero di oggi non ha chiara la coscienza che le anime non si salvano solo con l’azione pastorale, ma anche con la preghiera, il sacrificio, la sofferenza.
C’è una forte tendenza a “fare” il prete, più che a “essere” prete fino in fondo. Mi sembra di notare in più di qualche caso uno sdoppiamento di personalità. Un conto è quando esercito la mia funzione, un altro è la mia vita personale. C’è una tendenza a fare il prete part-time.

5. Nel giovane presbitero manca in genere una forte autonomia di volo a livello di vita spirituale.
La preghiera personale e la direzione spirituale saltano quasi subito. Così è quasi del tutto assente una regola di vita, in cui l’ufficio, la lectio e soprattutto l’eucarestia stiano al centro. La difficoltà ad autogestirsi a livello di vita spirituale è presente fin dai primissimi mesi della vita in parrocchia per mancanza di una forte struttura spirituale.

6. Nel giovane presbitero c’è una certa allegria a ogni discorso istituzionalizzato di formazione permanente.
Si fa tanta fatica a far passare gli incontri di formazione permanente da un obbligo richiesto dal vescovo a una esigenza imprescindibile, intrinseca al dono e al ministero sacramentale ricevuto e perciò necessaria in ogni tempo. E’ necessario aiutare ogni presbitero a sentirsi il primo responsabile della sua formazione permanente.

7. In generale mi sembra che carità pastorale, zelo, passione per la salvezza delle anime siano oggi molto in ribasso.
C’è un certo fastidio e una certa insofferenza verso il mondo di oggi e verso i cristiani di oggi, spesso così approssimativi e difficili da formare.
L’atteggiamento di ascolto, di accompagnamento, di accoglienza, di misericordia sono poco presenti. Per questo c’è un attendismo ingiustificato, di chi sta a guardare dalla finestra e non scende mai in piazza per farsi coinvolgere. C’è poca creatività pastorale e prevale su tutto il principio di “eseguire” quello che il parroco mi ordina e basta!

8. Il presbitero di oggi fa molta difficoltà a gestire eventuali crisi personali.
Spesso a monte c’è una vera difficoltà a sopportare la sofferenza e a dargli un significato. In genere se qualcuno lascia il ministero non è prima di tutto a causa di una crisi di fede o a causa del celibato, ma perché incapace di sopportare la sconfitta. Non hanno mai sofferto e non hanno mai imparato a integrare la croce nella loro vita. E poi la nostra cultura tende ad associare fatica con fallimento. Se faccio fatica è perché ho sbagliato strada!

9. Il giovane presbitero ha poca sensibilità per i problemi sociali e dei poveri.
La paura di cadere in un discorso troppo sociologico tiene spesso lontano i preti anche da un impegno più diretto verso i poveri e verso gli ultimi. Eppure i malati e i poveri sono stati una delle priorità di Gesù. E’ necessario che il presbitero si prenda cura, lui direttamente, di qualche povero. E’ necessaria una attenzione seria alla situazione socio-culturale di oggi, imparando a leggerla alla luce del vangelo.

10. A volte nel giovane presbitero manca un amore appassionato per la chiesa.
Si lavora male se non si è riconciliati con la chiesa e con il vescovo. Bisogna chiarire subito che un conto è la comunione spirituale, un conto è la comunione psichica. Non è vero che se non riesco ad avere simpatico il vescovo, non c’è più nessuna comunione con lui! Basterebbe ricordare che ciò che unisce il presbitero con il vescovo è molto più grande di ciò che lo può dividere.