La capacità di futuro dei preti
di Luca Bressan

I preti elaborano una interpretazione del cambiamento in atto dentro la Chiesa secondo una linea della continuità: sono convinti che il modello di Chiesa che li ha generati continui nel tempo senza grossi cambiamenti. Tre su quattro sono convinti che tra trentanni ci saranno ancora le parrocchie come le conosciamo oggi, anche se diminuite di numero; sono convinti che il loro compito in parrocchia sia di sostenere e accompagnare tutti indistintamente, non selezionando, non creando gruppi particolari. Dimostrano di avere della parrocchia un'idea territoriale e popolare (due preti su tre), anche se un prete su quattro è convinto che occorra rivedere questa convinzione, limitando la definizione di parrocchia al gruppo di coloro che si identificano con la pratica cristiana (i cosiddetti vicini). I preti si mostrano più incerti nel valutare la tenuta del cattolicesimo popolare in riferimento alla gente: il 37% dei preti ritiene che tra trent'anni i bambini saranno battezzati per la maggior parte nei primi mesi di vita come oggi, il 38% sostiene di no, che non ci sarà più questa figura di cristianesimo, il 25% si dichiara incerto.

I preti dimostrano una buone dose di autostima: nove su dieci sono convinti che il loro ruolo sia ritenuto utile dalla gente e la loro figura sia anche un buono strumento di richiamo e di comunicazione del volto di Dio agli altri. Nonostante le difficoltà, i preti mostrano dunque un morale alto. Sono talmente convinti della loro identità ministeriale, da vederla diffìcilmente comparabile con altre professioni o ruoli sociali: può al massimo avvicinarsi alla professione dell'insegnante e al suo compito educativo, ma solo una minoranza sceglie questa similitudine. Per i più il prete non è comparabile con alcun altro lavoro o professione. I preti sono però pessimisti quando si tratta di dare una stima sul rispetto che la gente ha nei confronti della loro figura: quasi la metà è convinta che questo rispetto sia diminuito negli ultimi decenni, e non di poco. Il paragone, fissato sugli anni '70, stupisce, visto che nella realtà il ruolo del prete, a partire da quel momento, è visto in crescita e la sua stima aumentare. Il pessimismo sopra accennato comunque cresce di parecchio tra le leve più giovani: dal 30% dei sessantenni si passa al 62% dei seminaristi.

I preti si dicono soddisfatti (perfino anche un po' orgogliosi) della scelta vocazionale fatta, anche se hanno conosciuto momenti di crisi (38%). Sono convinti che la vocazione li abbia fatti maturare (80%); non vivono in modo tragico la loro scelta, non vi vedono rinunce o obblighi insostenibili, la vedono impegnativa e difficile come altre scelte di vita.