di P. Pier Giordano Cabra

a) La legittima riaffermazione dell'identità del prete, dall'alto profilo cristologico, non può essere usata a copertura delle nostre aspirazioni a essere riconosciuti socialmente. Gli avvenimenti tristi scoppiati, o fatti scoppiare, ci inducono all'umiltà. Siamo poveri peccatori come gli altri. Ogni uomo è un povero uomo e ogni prete è un povero prete. E al seguito di Francesco, che si considerava sinceramente "il più peccatore di tutti", il prete si considera "più povero degli altri". La "minorità" francescana, che parte da un "basso sentire di sé" è di grande sostegno al ministero sacerdotale, che viene sentito e vissuto non come potere o strumento di prestigio, ma come umile servizio ai fratelli, mendicanti con noi. Un prete è un mendicante che indica ad un altro mendicante il cibo per vivere. La povertà e l'umiltà sono il segno del divino, il segno che si vuol portare la ricchezza di Dio al mondo.
Per annunciare il potere di Dio sugli uomini, bisogna rinunciare al potere umano e all'autocompiacimento. Ha il diritto di dire le parole di Cristo, colui che "cerca di essere come Cristo in tutto": da qui viene la consapevolezza del grande fossato, della enorme distanza dal modello e quindi della necessità di entrare nella via humilitatis, specialmente da chi deve annunciare le sante parole del Signore.

b) Umiltà che è comprensione nei confronti delle difficoltà che sovente i battezzati trovano davanti alla via stretta indicata dalla Chiesa. Umiltà che è anche comprensione dell'indignazione delle persone, provocata dagli scandali. Se pensiamo alla nostra amata Chiesa negli ultimi secoli, sembra che siamo stati più simili ai farisei, perché abbiamo posto pesanti fardelli sulle spalle della gente. Spesso questi carichi sono stati associati al comportamento sessuale. Abbiamo detto alle famiglie che hanno molti figli che non è consentito alcun genere di contraccezione, e ai giovani che non possono permettersi di sposarsi che il loro comportamento sessuale dev'essere posto sotto stretto controllo e alle persone omosessuali che nulla è permesso e che devono vergognarsi della loro sessualità». «A prescindere da quanto di giusto o di sbagliato vi sia nell'insegnamento della Chiesa, ciò è stato percepito dai nostri cristiani come un peso molto gravoso. Ed ecco che ora scoprono che i preti che li hanno caricati in questo modo, hanno peccato in maniera sessuale più gravemente. Alla stregua dei farisei, abbiamo predicato bene e praticato male. Potete immaginare la rabbia di una donna che ha avuto un bambino dopo l'altro e non ne può più, o di un giovane omosessuale, quando sentono quello che i preti, per quanto pochi, sono stati capaci di combinare» (T. Radcliffe). Che fare? «Si tratta di sentire, e di far sentire, il Vangelo come la "buona notizia", la notizia che consola, che conforta, che indica la via per l'amicizia a Dio. Il Vangelo non presenta Dio come gendarme, ma come Padre che vuole il bene dei suoi figli. «Il Vangelo è l'annuncio della agape, dell'amore benevolente di Dio, e va offerto con amore. Questa non è l'occasione per cambiare la legge, ma per annunciarla come la risposta all'Amore di Dio, quindi con pazienza, con benevolenza, senza ira, senza fare il processo alle intenzioni, senza aggressività, senza durezze, con l'umiltà di chi comprende tutte le difficoltà, perché sa di essere peccatore, di avere difficoltà come ogni uomo tratto dal fango».

c) Bisogna armarsi di umiltà, anche di fronte alle difficoltà che ci attendono. Il domani è nelle mani di Dio, ma qui da noi, se non avviene qualche scossone imprevedibile, la secolarizzazione sembra destinata ad avanzare, con tutti i problemi di adattamento che imporrà, a cominciare dalla nostra riduzione numerica e dalla conseguente diminuzione del nostro influsso sociale. Ciò comporta inevitabilmente delle umiliazioni. Penso ai nobili decaduti di un tempo, vergognosi di non poter mantenere il loro status sociale. Ma sarebbe proprio questa la vittoria del mondo, se riuscisse a farci "vergognare", a farci perdere la fiducia nel Vangelo e nel nostro genere di vita. Umiliati, ridotti, dalla scarsa rilevanza, sì, ma non demoralizzati o sfiduciati o tristi (cf. 2 Cor 4.7ss). Il Nemico potrà cominciare a cantare vittoria quando ci vedrà tristi e privi di speranza. Anche la memoria continua della "perfetta letizia" di Francesco non ci permette di avere sfiducia né del nostro ministero, né del nostro genere di vita. Il vero discepolo è triste non quando non è seguito dagli altri, ma quando lui non segue Cristo. La sua gioia, la sua realizzazione si misura sulla sua fedeltà al Signore, non sul successo terrestre, anche se un poco di successo non fa male e sostiene umanamente.
La via dell'umiltà ci conduce a purificarci dal clericalismo, dall'idea cioè che tutto dipende dal prete, anche se sappiamo che non è facile distinguere tra quello che è "dovere" da quello che è "potere". "È bene per me che tu mi abbia umiliato", dovremmo poter dire in conclusione, ci servirà a incamminarci sulla via dell'esame di coscienza personale e collettivo, sul come ci rapportiamo al nostro ministero.

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