di P. Pier Giordano Cabra

L'umiltà personale non può tuttavia cancellare la grandezza del dono altissimo del ministero cui siamo chiamati e che non ci permettere di giocare al ribasso.

a) L'insistenza dei media nei confronti della Chiesa, in questi ultimi tempi, non è stata talvolta priva dell'obiettivo di eroderla nella sua credibilità, a delegittimarne il ministero, in nome delle sue colpe. Ma già i Padri della Chiesa, che pur essi facevano esperienza della debolezza dei suoi figli, parlavano della Chiesa come di una prostituta (come Raab) tuttavia resa bella e pura dal sangue di Cristo. E il tema noto e discusso della casta meretrix.
San'Ambrogio in un passaggio del commento al Vangelo di Luca, ricordava recentemente papa Benedetto, parla della Chiesa immaculata ex maculatis. «L'espressione sta a significare che la Chiesa è santa e senza macchia pur accogliendo in sé uomini macchiati di peccato. Ma proprio perché santa - della santità indefettibile che le viene da Cristo - la Chiesa può accogliere in sé i peccatori, e soffrire con loro per i loro mali, e curarli. 
La santità di Cristo che sostiene la Chiesa deve apparire anche sul volto della Chiesa. Anche oggi, in mezzo a noi, si fa udire la voce del Signore: "Francesco, ricostruisci la mia Chiesa". Ricostruisci il suo splendore. Fa apparire il suo vero volto. Mostra la sua bellezza. Anche ai suoi tempi non mancava chi era preoccupato della riforma della Chiesa: chi lavorava a rafforzare il diritto canonico, chi si preoccupava di riformare monasteri, chi si ergeva a giudice della Chiesa, combattendola in nome della riforma dei costumi, chi creava la chiesa dei "puri" (i catari), chi indiceva concili. Il programma della riforma delle strutture della Chiesa era abbondante. Francesco ha compreso che si trattava in primo luogo della sua riforma personale, della sua conversione al mistero di Cristo e della Chiesa da rendere sempre più bella, con la propria vita cristiforme.
La riforma più profonda della Chiesa è in primo luogo quella che parte da un cuore desideroso di essere il più possibile "simile a Cristo", perché la bellezza della Chiesa è quella di assomigliare a Cristo, suo Signore e suo Sposo. "La regola dei frati minori è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio e seguire la dottrina e l'esempio del Signore nostro Gesù Cristo". Il primo contributo al rinnovamento della Chiesa non è quello di abbassare il modello, o di proporre nuovi modelli, ma di innalzarci verso il modello che è sempre e unicamente Cristo. Con la sua "tensione conformativa a Cristo", Francesco ha dato un contributo notevole alla spiritualità e alla teologia della vita consacrata, ma ha evidenziato anche il suo nesso con il ministero ordinato che non è solo un "fare", ma un "essere".
Per portare il popolo cristiano dalla "terra della dissomiglianza" a quella della somiglianza a Cristo, la vita consacrata, che è "la ripresentazione della forma di vita di Cristo" , ha storicamente sostenuto e vivificato dall'interno il ministero ordinato, in quanto ha richiamato come il "fare come Cristo" poteva essere illuminato e sostenuto dall'"essere come Cristo".

b) La forma di vita di Cristo
Quello che è successo in questo tempo nel comportamento detestabile di qualche prete o religioso, è stato presentato alcune volte come una conseguenza del celibato ecclesiastico. Anche se l'accostamento non è affatto corretto, la sensazione è che la tempesta abbia contribuito a scuotere la fiducia nel celibato e quanto meno abbia portato armi a favore di coloro che da tempo lo vorrebbero libero, anche per provvedere al calo delle vocazioni e garantire l'Eucaristia a gruppi sempre più numerosi che ne sono privi.
Non tocca a noi decidere, anche perché, qualsiasi decisione venga presa, la cosa non ci riguarda direttamente, essendo il nostro celibato componente costitutivo della nostra scelta di vita e quindi del nostro stato di vita. Il nostro stato di vita, proprio in questo momento di confusione, deve essere riconsiderato con chiarezza, fatto nuovamente nostro con rinnovata convinzione, presentato e vissuto non come obbligo, ma come un atto di amore verso il Signore Gesù. Non abbiamo fatto i voti perché, come alcuni dicono, siamo legati a una concezione antiquata di chiesa, vittime della repressione sessuale di una istituzione medioevale, ma perché confessiamo apertamente e riconosciamo pubblicamente che Gesù è nostro Signore, il cuore del nostro cuore, il nostro Tu, il nostro Tutto. Il celibato è da noi abbracciato "in onore della carne del Signore" (secondo l'espressione di sant'Ignazio di Antiochia, nel primo decennio del secondo secolo), che è venuto in questa forma di vita per dirci che l'amore di Dio è così grande che può riempire ogni cuore e per darci l'esempio che si può consacrare la vita, tutta la vita, anche quella più intima, al Padre per i fratelli.
Il celibato è la cifra oggi più significativa di una vita "votata al nome del Signore Gesù" (At 15,26). E in un tempo di quasi rassegnato e disinvolto edonismo, la nostra forma di vita dice che non siamo necessariamente determinati dagli istinti, ma possiamo vivere una tonificante vita spirituale, grazie alla "infinta potenza dello Spirito Santo mirabilmente operante nella sua Chiesa" (LG 44) che sostiene una sequela impegnativa, ma serena. Questo stato di vita, abbracciato con amore appassionato e riconoscente al Signore Gesù, reso possibile dal suo Spirito, dà gloria a Dio, sorregge i fedeli, dà splendore alla Chiesa. E richiama "la vita del secolo futuro", la nostra fede nel mondo della risurrezione, la proclamazione più efficace della nostra speranza in quel futuro in cui "saremo sempre con il Signore". Si tratta di togliere l'idea di una chiesa repressiva, per far risplendere il volto della Chiesa sposa di Cristo, da Lui amata fino alla fine. Una sposa che lo vuole riamare seguendolo nel suo amore "folle e inutile". Una sposa che si considera felice non quando ascolta altri amanti, ma quando risponde all'amore, talvolta esigente, dello Sposo. "Che cosa altro c'è per me in cielo? E che cos'altro desidero all'infuori di te sulla terrà?" (cf. Sai 73).

c) In tutte le vicende di questo nostro tempo, è bene non dimenticare le parole scritte a tutti i fedeli da Francesco: «Dobbiamo riverire i sacerdoti, non tanto per loro stessi, se sono peccatori, ma per il loro ufficio di ministri del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che essi consacrano sull'altare e ricevono e distribuiscono agli altri».
La proclamata "tolleranza zero" nei confronti di certi gravi abusi, se deve salvare la giustizia verso terzi, non può tradursi in mancanza di "riverenza" verso i colpevoli o diminuire la "riverenza" verso gli altri nostri confratelli. Se Gesù avesse praticato la "tolleranza zero" verso Pietro, l'adultera e altri, non avremmo il vangelo della misericordia e della ricostruzione attraverso il perdono. Il tema è delicato, perché sembra che certe tendenze siano poco curabili. Ma qui sta la croce del discernimento e della decisione, che deve muoversi tra "giustizia, cura e grazia". Lo sguardo di fede va affinato per non oscurare l'opera di Dio presente nel sacerdote, e per non diminuire lo sguardo misericordioso che ci rende cauti nel "giudicare" per non essere giudicati. E soprattutto non dimenticare che "se il laico cade, il sacerdote lo rialza; se il sacerdote cade, il monaco lo rialza". Le vostre comunità siano sempre luoghi ove tutti, anche i sacerdoti, si sentano compresi e aiutati a rialzarsi per riprendere il cammino. Ma se il monaco o il religioso cade, chi lo sostiene? La risposta è facile, quanto problematica: è la comunità che lo sostiene, a patto che sia una comunità di "frati fratelli".

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