di P. Pier Giordano Cabra

a) In dulcedine caritatis quaerere veritatem

Sant'Agostino considera "monastica" una comunità fraterna: la parola "monaco" (da monos) vuol dire una persona sola. E monos, una persona sola deve diventare una comunità; una comunità di molte persone mosse dall'amore fraterno. Qui si può costruire la santa amicizia, "dolce" perché rende più cara l'unità. «Pregare insieme, ma anche conversare e ridere insieme. Scambiarsi favori con amabilità; leggere in comune libri interessanti. Scherzare assieme e anche stare seri. Dissentire di quando in quando, senza animosità, come se fosse con se stesso e, per mezzo di questo dissentire specialissimo, consolidare la mutua armonia. Insegnare o imparare reciprocamente qualsiasi cosa. Sentire la mancanza degli assenti e accogliere i nuovi arrivati con gioia. Con questi segni che si manifestano nel volto, nella lingua, negli occhi e in mille gesti pieni di affetto, che provengono dal cuore di coloro che si amano e si ripagano amore con amore, come se fossero scintille, si infiammano i cuori di molti e si fa una cosa sola» (Confessioni IV, 8).
Una comunità "monastica" è umanamente ricca, è sostegno alla perseveranza, fonte di aggiornamento, aiuto alla ricerca di risposte nuove alle nuove domande. Il problema sta nella convinzione che la vita fraterna faccia parte della nostra missione e che richiede dedizione di tempo e di energie. E frequente la tentazione di crearsi una comunità alternativa o attraverso attività personali o oggi, anche attraverso i media, a partire da Internet, una comunità che diventa spesso in pratica una comunità virtuale e dispersiva nei confronti di quella reale, alla quale sottrae tempo e dedizione. Non si vuol demonizzare questo nuovo strumento di comunicazione, ma mettere in luce che può di fatto diventare una nuova forma di potenziamento dell'individualismo sempre in agguato, che cerca vie solitarie, per evitare il confronto e l'incontro fraterno.

b) Esperti di fraternità

Sempre Agostino voleva vivere con i suoi preti (ecco il monasteriurn clericorum) perché imparassero quegli atteggiamenti fraterni di fondo che permettono poi di costruire comunità fraterne. La comunità "monastica" era la scuola pratica della fraternità, che i suoi membri dovevano praticare prima fra di loro, per poi realizzare nelle comunità cristiane. Saranno dei "fratres" fratelli, che potranno predicare con l'esempio e la parola, la grande e difficile fraternità. Non è questo uno dei capisaldi della vostra tradizione? Ora questo è un punto decisivo per il domani nostro e della Chiesa: nell'eclissi del sacro o nella moltiplicazione delle opzioni religiose, nell'offuscarsi dell'immagine di Chiesa istituzionale, nella concorrenza delle sette e nella palude dell'indifferenza, la testimonianza cristiana sarà affidata a comunità fortemente caratterizzate dalla fraternità.
La fraternità è il segno dell'autenticità cristiana, ma anche la prova della perenne forza trasformante del Vangelo. Dove arriva il vangelo della fraternità tutto si rinnova. Ma se non ci sono preti o religiosi capaci di fraternità, come possono sorgere ed essere alimentate queste cellule vive di una Chiesa? Il prete oggi è oberato di lavoro, e lo sarà sempre più: accorpamenti, unità pastorali, problemi di ogni genere, dall'emergenza educativa alla presenza sul territorio ... è tutto un insieme di occupazioni che rischiano di mettere in secondo piano la costruzione di comunità fraterne. Il prete è destinato a essere sempre più uomo di comunione, di relazioni, di coordinamento, di fraternità. Non spetta a noi religiosi, specie se figli di san Francesco, tener viva per noi, per i sacerdoti diocesani, per le comunità, per i gruppi, il valore altissimo della fraternità? Meglio ancora, la cura del cuore fraterno, degli atteggiamenti fraterni, quali premesse alla coltivazione della fraternità? Il grande servizio che possiamo fare al sacerdozio presbiterale non è quello di essere "costruttori di fraternità", con l'accoglienza fraterna e lo sviluppo di una cultura della fraternità?

c) Una fraternità capace di stupore

Il cuore fraterno è tenuto vivo anche dallo stupore per quanto il Signore opera di grande nella propria comunità e nel mondo. Perché non stupirsi della fede dei nostri confratelli? Perché non stupirsi della loro fedeltà? Perché non stupirsi della fedeltà di tanti santi sacerdoti; della fede dei semplici e dei dotti, del bene immenso che fa la Chiesa, della sua espansione del mondo, della sua tenuta pur in mezzo a tante contraddizioni? Non siamo guidati talvolta dai criteri di giudizio del mondo, che valuta in termini quantitativi o di immagine, invece che in termini evangelici di umiltà, di amore, di dedizione disinteressata? Lodare il Signore per il dono del fratello, con tutte le sue doti, è più costruttivo per la fraternità che mettere sempre il dito sulla piaga dei difetti da eliminare. Se giudichiamo in termini di statistiche, possiamo essere tentati di pessimismo, cioè di peccare contro la speranza, dimenticando che siamo nello statuto dell'incompiuto, del perfettibile, della risposta al dono. "Dal sorgere del sole fino al tramonto lodate il nome del Signore: l'immensa sua gloria supera i cieli" (Sai 113,3). Solo il servo che loda il Signore Altissimo, con riconoscenza per quanto lo circonda può portare avanti con serenità la sua missione di fronte alle basse prospettive umane ... . Sarà il servo lieto che annuncerà la lieta notizia, in mezzo ad altre mutevoli notizie. "Fratelli, siate lieti nel Signore ... la vostra benevolenza sia nota a tutti"!

Siate lieti, anche perché, dispiegando le vostre vele al soffio dello Spirito che vi sospinge sulle vie dell'umiltà, della verità e della carità, potete attraversare le bufere di questi tempi per rendere più candido e immacolato il manto nevoso che avvolge le alture della sua chiesa, rendendola sempre più bella e attraente. Non è forse dall'ora delle tenebre che è scaturita la veste candida del Risorto e dei risorti? Vorrei concludere queste mie considerazioni "di pianura", o piatte, con una citazione che porta in alto. E di Mauriac: «Ma che cosa ci riserva il futuro? Quando si tratta di Chiesa le parole di vittoria e di disfatta non hanno più il senso abituale. Mai la sentiamo così inerme come nei suoi trionfi né così potente come nelle sue umiliazioni. Fino alla consumazione dei secoli vi saranno attorno alla croce lo stesso tumulto, lo stesso fermento di insulti e di scherni, soprattutto la stessa indifferenza di Pilato, lo stesso colpo di lancia al cuore inferto da una mano qualunque; ma vi saranno anche la stessa supplica del ladrone pentito, le stesse lacrime della Maddalena; e dinanzi a Gesù agonizzante l'atto di fede del centurione pentito e l'amore silenzioso del discepolo prediletto. A ciascuno di noi conoscere la parte che vuol fare in questo dramma eterno. A nessuno è concesso di non prendervi parte. Rifiutare di scegliere vuol dire aver già scelto» (Parole ai credenti, Morcelliana, 1960, 62 ss).