Carissimi Amici dei Sacerdoti,
                                                      il mistero della passione e della morte di Gesù si rinnova nella nostra storia di ogni giorno, fino alla fine dei tempi. Soprattutto nella sofferenza ingiusta e nella persecuzione violenta dei sacerdoti, in ogni parte del mondo, Gesù stesso viene colpito e ucciso “come agnello condotto al macello” (Isaia, 53). Nella santa Quaresima di penitenza, desidero chiamare tutti voi, che siete vive espressioni dell’amore di Dio, a stringervi più vicini al Figlio crocifisso che, nella persona di tanti sacerdoti in difficoltà, vive il mistero della sua immolazione per i peccati del mondo. Molti, molti sacerdoti nostri fratelli “in difficoltà” non sono fratelli insicuri o disorientati, né peccatori bisognosi di conversione ma piuttosto sono vittime immolate per i nostri peccati, bisognose della nostra spirituale vicinanza e riconoscenza.

Lorenzo, un giovane sacerdote italiano di quarant’anni, era impegnato in un campo di carità e di giustizia tra i più pericolosi: quello della lotta alla droga. In quella lontana terra di missione i suoi giovani erano troppo minacciati, alcuni erano già morti, a causa di questa nuova peste. La lotta contro il narcotraffico, ingaggiata da Lorenzo con diverse iniziative, diveniva sempre più aspra ed estesa. Dapprima le minacce,  poi le intimidazioni esplicite, gli avvertimenti, le prime violenze alla sua persona, alla casa, ai fedeli. La mobilitazione dei giovani e delle loro famiglie stava diventando imponente, troppo pericolosa per i trafficanti, per i complici, per i loro interessi. Bisognava fermare il nuovo sussulto di dignità, di giustizia, di vangelo, che aveva in Lorenzo l’anima e la forza.

Si presentarono in sei uomini, in borghese. Senza alcuna giustificazione, sotto la minaccia delle armi lo caricarono a forza sulla camionetta. Iniziò così la via crucis, il lungo cammino dell’agnello immolato. Strappato ai suoi fedeli, alla famiglia, alla chiesa, rinchiuso in una stanza segreta, poi trasferito da un carcere all’altro: è scomparso, per tutti. Senza possibilità di comunicare se non con un avvocato e due esperti “comprati”: ogni incontro significava una complicazione e un aggravamento delle accuse: spaccio di droghe, partecipazione a una rapina, corruzione di minorenni, omicidio volontario di una giovane donna, resistenza alle forze dell’ordine. Tutte  accuse infondate nella maniera più assoluta ma pesanti come macigni, tali da determinare la carcerazione in isolamento, in attesa di giudizio. Per ottenere la confessione di quei reati mai commessi il sacerdote  è stato sottoposto a torture terrificanti, rese più tragiche dal terrore di essere considerato un “mostro” dai propri cari.

Soprattutto il dolore della madre e delle due sorelle, che subivano la totale impotenza dinnanzi alla ingiustizia; i ricatti economici alla famiglia da parte degli aguzzini; la crisi di fede e di speranza che prendeva campo nella mente e nel cuore; la impossibilità di celebrare e nutrirsi della eucaristia; nell’arco di due anni, quel giovane sacerdote, sereno e luminoso, è stato trasformato in un Gesù flagellato, coronato di spine, devastato nell’anima, in attesa della propria inevitabile fine.

Eppure, la sua vocazione era stata autentica fin dagli inizi, decisa nelle motivazioni, felice, coerente, feconda, ricca di preghiera e di altruismo! Tutta la sua vita lo testimoniava: per questo, la preghiera dei suoi fedeli era incessante. Il dolore delle madri che saliva a Dio era una invocazione continua che avresti creduto irresistibile.

Lorenzo fu trovato una mattina con le mani legate dietro la schiena, il capo incappucciato, crivellato dai colpi di arma da fuoco, giustiziato a notte fonda, abbandonato dai carnefici tra i rifiuti della discarica lontano dalla città. “Maltrattato, si lasciò umiliare, e non aprì la sua bocca”. Quando stramazzò al suolo (“Signore Gesù, ti affido il mio spirito!”), le ginocchia si piegarono in direzione della sua chiesa, dei suoi fedeli.

Cari Amici dei sacerdoti, Lorenzo è uno dei tanti nostri figli, martiri sconosciuti “dalle cui piaghe siamo stati risanati”. Molti, molti sacerdoti sono “in difficoltà” perché vittime immolate con Gesù per i nostri peccati. Molti di loro, nelle più diverse situazioni di vita, sono presi di mira dal nemico dell’uomo che li vorrebbe annientare attraverso il tanto odio che serpeggia tra gli uomini. Molti di loro sono misteriosamente introdotti al martirio perché, sul proprio corpo, aggiungano completezza alla passione di Cristo. Con Lui “uomo del dolore che conosce bene il patire” si sono caricati delle nostre sofferenze, nel silenzio, sono stati trafitti per le nostre iniquità. Tutte le loro madri si domandano: perché “al Signore è piaciuto prostrarli così”? Perché “con oppressione e ingiusta sentenza sono  tolti di mezzo”?

Attorno a loro, crocifissi di tutti i tempi, patrimonio dell’umanità e della Chiesa, vibra un alone di luce, una misteriosa potenza di grazia, fatta di dolore, di obbedienza, di fedeltà. Alla candida schiera di quei martiri in croce con Gesù, noi tutti dobbiamo la nostra salvezza.

“Circondati da un così grande numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Heb 12,1). Buona Quaresima, quindi, cari Amici. Sia una quaresima di imitazione della generosità dei sacerdoti martiri, quasi una gara di coerenza e di fedeltà nelle nostre piccole cose di ogni giorno. Sarà bene non dimenticare l’ammonimento della stessa Lettera: “Non avete ancora resistito fino allo spargimento del sangue!”. 
Con grande affetto e riconoscenza, in unità di sapienza e di speranza!