madonnaperdonoromaQuando ci si pone nell’atteggiamento di servire il sacerdote in difficoltà, il primo passo da fare, nella mente, nel cuore, nelle opere, è chiedere perdono.
Nei confronti del sacerdote in difficoltà, non sempre nutriamo sentimenti e comportamenti evangelici, umani. Di fronte al mistero della persona e della sua libertà, al posto del senso del nostro limite, preferiamo sovente disinteresse e freddezza, giudizio e condanna, emarginazione e oblio.

Al posto della condivisione di così grandi travagli interiori, dove si trovano in conflitto il bene e il male, la vita e la morte di un uomo e di molti, anziché prendere con coraggio su di noi i loro pesi e camminare insieme verso l’amore del Padre, rimaniamo in balia della paura e del disorientamento nei confronti del loro dramma, della loro gracilità. Preferiamo denunciare lo scandalo e farci paladini dei diritti di Dio e della Chiesa, al di sopra della loro persona, della loro vita. Molte volte con gli occhi bendati.

Quanta fatica nel restituirgli fiducia e stima quando un sacerdote riprende serenamente il ministero, mentre per anni rimane dentro noi il sospetto, quasi l’attesa, della ricaduta! Quanta fatica ad essere sinceramente contenti se un fratello sacerdote ha trovato nella laicità la strada più giusta per lui!
Il nostro rapporto con l’uomo sacerdote in difficoltà costituisce un bel test circa la nostra concezione di Dio Padre, circa la nostra maturità di fede e di speranza, circa l’autenticità del nostro amore fraterno, del nostro amore alla vita, del nostro rispetto per la libertà. È un bel campo di lavoro per sviluppare la nostra capacità di perdono. Da dare e soprattutto da chiedere.