buonpastoreAccade nella vita di un sacerdote in gravi difficoltà l’urgenza pressante di trovare un Confessore per confessare finalmente i propri peccati e riceverne il perdono radicale garantito da Dio. Ma accade anche che, per motivi e circostanze diverse, quel sacerdote non si senta intimamente, serenamente mosso a scegliere un confessore tra i tanti che ha a disposizione. Persino i santi, talvolta, gli fanno paura. Sa che non tutti i ministri di Dio sono capaci di infinita comprensione e misericordia.

Allora il peso dell’angoscia e il senso di interiore povertà, davanti a se stesso e a Dio, si prolungano nel tempo in attesa di un qualche miracolo della grazia. Intanto, però, l’intossicazione dell’anima si fa più mortale e irreversibile e la speranza si estingue. Quel sacerdote sa per esperienza che senza quel sacramento non vivrà perché mesi ed anni di tiepidezza lo stanno paralizzando.
Quando ormai tutto a lui sembra perduto e unica strada rimane la rassegnazione al male, preludio alla disperazione, accade che dentro quel sacerdote fiorisca una luce, un singolare risveglio di vita. Lui ne è sicuro: "questa è una grazia! Andrò da un sacerdote peccatore come me, mi confesserò da lui e in nome di Gesù finalmente mi libererò dal male che mi soffoca l’anima".

Nell’ intimità del sacramento della confessione due sacerdoti peccatori si incontrano. Nonostante la loro miseria, "per sua sola grazia" (san Francesco) il miracolo ancora una volta si compie. "I morti tornano a vivere" (Mt 11,5). Come è stato possibile un simile miracolo (poiché di autentico miracolo si tratta)? Certamente ci sono stati molti che hanno pregato e sofferto per lui, per loro, "con forti grida e lacrime e sono stati esauditi per la loro supplica" (Eb 5,7).

La miseria del fratello peccatore come me riaccende la speranza, è un invito eloquente a osare il ritorno al Padre. L’accoglienza umile e silenziosa di un sacerdote peccatore incarna l’accoglienza di Dio! Da peccatore a peccatore, quel segno di croce tracciato sul capo, quelle parole d’amore "io ti assolvo" sono la fine di un incubo, sono l’inizio della liberazione.
I sacerdoti peccatori sanno di non avere alibi, né per regalare il perdono né per cercarlo.