aquila tramontoUna tentazione frequente nella vita del sacerdote è quella di abbandonare il gregge. Per motivi e circostanze diverse, per difficoltà esteriori o stati d’animo intimi, il prete "lascia l’aratro e si volta indietro" per riprendersi la vita che aveva donato. Una crisi di generosità, una crisi di amore.

Il tratto distintivo del sacerdote di Cristo, come del vero cristiano, è la costanza, costanza nell’impegno di una vita intrisa di fede e di speranza, per il bene dei fratelli. "In tutte le circostanze noi ci confermiamo come ministri di Dio attraverso la perfetta costanza" (2Cor, 6,4). Chi cerca una radice remota dei troppi e repentini abbandoni del ministero sacerdotale la ritrova nella mancata formazione alla tenacia, nella dimenticanza di questo caposaldo della vita adulta. Gracilità della volontà o immaturità? Motivazioni troppo superficiali o vuoto di autentica fede?

Senza dubbio la costanza nell’impegno è frutto dello sforzo umano, allenata dal quotidiano esercizio della fedeltà della mente e del cuore, irrobustita dalla coerenza incessante negli impegni assunti per amore di Cristo. Ma vorrebbe "volare senza ali" il sacerdote che sognasse di divenire costante, cioè solidamente in piedi, per il semplice fatto di avere studiato teologia e di essere stato consacrato dal vescovo.

Almeno il sacerdote dovrebbe tener presente che la costanza a tutto campo viene soltanto da Dio e che questa verità rimanda direttamente a una vita immersa in Dio. La costanza non è un dono scontato. E’grazia che va domandata "sine intermissione" con la preghiera e con i fatti, che va ricercata e custodita come il tesoro più prezioso dell’anima.