francesco-riparaUna delle cause più frequenti delle crisi e delle defezioni sacerdotali va individuata nell'indifferenza che i Sacerdoti stessi hanno per la loro singolarissima dignità soprannaturale, prima ancora che per la loro missione per il bene dell’umanità. L'indifferenza dei fedeli, ben poco illuminati su questo tema mistico, o l’odio di molti nemici dell’uomo, sono poca cosa di fronte a questa paurosa inconsapevolezza del sacerdote a riguardo della sublimità della propria identità. Non meraviglia, quindi, se il presbitero si lascia andare all’incoerenza o, come direbbe Francesco d’Assisi, ad "ogni vizio enorme ed abominevole".

I documenti del Magistero sul sacerdote sono assolutamente perfetti ma la loro attuazione, a quanto pare, risulta assai in ritardo se, di fatto, la consapevolezza di cosa significhi "carattere sacerdotale" proprio nella esperienza e nella vita quotidiana dei presbiteri è assai tiepida, talvolta inesistente. "Lascia che divenga sacerdote e vedrai se me la faccio la macchina", dice un diacono del quarto anno di teologia. "La vita sarà dura ma la pagnotta è sicura", confida un altro candidato. "Sono innamorato, da quattro mesi. Rinunciare a questa relazione affettiva? ci penserò … dopo l’Ordinazione!".

La formazione del prete come puro funzionario di Dio reca ancora frutti amari, premesse nefaste. In tempo di magra vocazionale, l’urgenza di coprire i ruoli rende meno vigili i pastori e più coraggiosi i non idonei. Il rinnovamento esiste sulla carta ma non esiste ancora in troppi seminari. "Nei sacerdoti vedo il Figlio di Dio e sono miei Signori" diceva Francesco d’Assisi. Cosa si fa, perché la luminosità divina del sacerdote venga progressivamente alla luce, percepita innanzitutto da lui? Quali priorità rispettare, perché ogni presbitero divenga "il Signore" per tutti? Non è soltanto un problema di formazione. Si tratta piuttosto di una enorme lacuna di fede e di fervore, da risanare a tutti i livelli.