Un prete riconoscente

La salvezza viene dall'alto ma passa attraverso mille mediazioni. La prima di queste è I"'umanità'' dei fratelli. È quanto afferma questa testimonianza dal vivo.

Ho costatato molte volte con quanto rispetto voi usate il termine "difficoltà" riferendolo a situazioni gravi e delicate che il sacerdote può incontrare lungo la sua vita. Sinceramente apprezzo la vostra delicatezza ma per quanto riguarda l'esperienza da me vissuta sento di dover usare termini più crudi. La mia è stata una crisi bella e buona, una crisi esistenziale e vocazionale protratta nel tempo e vissuta con consapevole incoerenza (le difficoltà per me sono state conseguenze inevitabili derivate dai miei errori).

Se mi permettete, ora che quella crisi comincia a divenire un ricordo, vorrei dirvi come ne sono venuto fuori.
Non c'è dubbio alcuno, il primo scalino della mia lunga e sofferta ascesa è stato l'incontro con una comunità di fratelli.
Viene chiamata comunità di accoglienza e in realtà lo è, però per me la sua vera fisionomia è quella dì essere una comunità ricca di "umanità". Qualche teologo forse a questo punto mi direbbe: "la salvezza può venire solo dall'alto. È la grazia e non l'umanità che può salvare il peccatore"!
Non ne dubito, ma per me una cosa è certa: la prima grazia, quella fondamentale, dalla quale è scaturita una catena di altre grazie, l'ho sicuramente incontrata nella "umanità" di quella comunità.

Quando vi sono arrivato avevo bisogno di risolvere problemi non da poco: la solitudine del profondo, il vuoto totale, la nausea di me. Sapevo che nessuno avrebbe potuto colmare gli spazi più profondi del mio spirito; Dio stesso era lontano, praticamente cancellato da quasi vent'anni. Ma l'aver trovato un ambiente di uomini che erano anche sacerdoti (e non viceversa), un ambiente del quale erano parte viva e integrante coppie di sposi credenti con i loro figli, l'aver respirato aria di non giudizio, di fiducia e di speranza, l'aver costatato che quasi quasi mi avrebbero pagato perché ero venuto da loro, in una parola l'essermi accorto che quei fratelli mi trattavano da amico e non da estraneo, da vivo e non da morto ha maturato in me come per incanto l'inizio della mia salvezza.

Approdato a quella comunità di fratelli, pure io mi sono coinvolto nel ricercare seriamente la verità, soprattutto la verità su di me, sui dettagli del mio vissuto, sui bisogni profondi da soddisfare a qualunque costo. Pure io ho intrapreso un itinerario di vera umanizzazione, a partire dallo smantellamento delle mille falsità interiori e dal rigoroso progressivo rispetto della mia persona più intima.
Con stupore mi sono scoperto ancora vivo e capace di riscatto.
Ho cominciato a pensare che se l'Altissimo mi avesse solo degnato di uno sguardo certamente io mi sarei lasciato salvare.

Quando dopo qualche mese uno di quei fratelli (che era anche sacerdote) mi suggerì che mi mancava una sola cosa per essere felice e libero come nei tempi della giovinezza, capii subito e decisi per la confessione sacramentale. Questa dimostrazione concreta di voler essere salvato mi regalò la gioia di sentirmi perdonato nel più intimo dell'anima. Ricordo ancora le lacrime della liberazione ritrovata. Senza dubbio quella confessione non avrebbe potuto bastare da sola ma ha permesso di continuare il mio cammino nella verità.

È difficile descrivere la gradualità di un lungo cammino di conversione così come è difficile trovare le parole per comunicare la soavità della grazia che risana nel tempo l'anima.
Però nella mia esperienza di sacerdote un tempo ferito posso affermare una cosa: ho toccato con mano quanto Dio salvi attraverso l’ "umanità" dei fratelli.
Senza cercare attenuanti per le mie debolezze, molte volte mi sono chiesto se la crisi esistenziale e di fedeltà che travolse la mia vita sarebbe egualmente avvenuta qualora avessi trovato all'inizio accoglienza e guida in una qualunque comunità ricca di "umanità".