"Non ho difficoltà a mandarvi questa testimonianza personale ed intima"

Come si può chiedere ad un sacerdote che ha passato quello che ho passato io di parlare della sua vita di penitente?
E poi a chi potrebbero servire le mie confidenze se, come tutte le esperienze  personali, sono irripetibili?

Sacerdote in difficoltà, come dite voi, (ma vi sono sacerdoti non in difficoltà?), dopo aver vagato lontano dal Signore per una decina d'anni. Non ho certo vissuto da penitente. Mi era estranea ogni opera di mortificazione corporale o mentale e trovavo addirittura assurdo l'atteggiamento di quanti si infliggevano sofferenze o di quanti si privavano dei piaceri della tavola e della vita.
Dimenticata l'essenza del mio sacerdozio, vivevo con il cuore nel mondo e tentavo di riprendermi la mia giovinezza e di bere la vita a pieni sorsi. Non immaginavo proprio che per grazia sarebbe venuto un giorno in cui il mio cuore sarebbe stato fiaccato e spezzato. La liturgia parla spesso di cuore contrito, io parlo del mio cuore spezzato, spaccato in due, profondamente ferito, dolorante.
"Il Signore mi ha fatto un dono: quello di cominciare a fare penitenza"  (san Francesco).
Ricordo che l'inizio non fu per amore di Dio ma per disperazione.
Ero caduto così in basso che non potevo fare altro che alzare gli occhi al cielo e rivolgere il volto a Dio. Nei giorni delle evasioni ogni tanto riflettevo e avevo tanta paura, mi domandavo quando mai avrei potuto mettere insieme un minimo di forza e di fedeltà per poter cambiare e per poter voltare le spalle al peccato.
La capacità di pentirmi è fiorita dentro me come una grazia.

Il desiderio di essere salvato si è dilatato gradualmente nel mio animo, quasi inaspettatamente. In quel processo, mi sembra quasi di aver messo di mio solo una timida disponibilità, un po’ ambigua, unita a senso di attesa, a invocazione tacita di aiuto. Ma ricordo che tutto, in fondo, emergeva dall'angoscia e dalla nausea di me, sacerdote con due vite e con due volti. Questo per me fu il punto di appoggio da dove iniziò il lento capovolgimento della mia realtà interiore, il mio cammino di penitenza.

Sì, provavo una strana voglia di pentimento, desideravo entrare in stato di pentimento. Sentivo che era l'unica strada che mi rimaneva per non naufragare. Con stupore sentivo consolidarsi sempre più la convinzione di staccarmi da tutti gli idoli, persone e cose, perché in caso contrario non avrei più potuto abusare della misericordia del Signore.

Penso sinceramente che la mia vita di penitente, o meglio di pentito, oggi sia la consapevolezza degli errori passati e delle loro conseguenze, accompagnata da un dolore sincero e permanente. Sento che non ringrazierò mai abbastanza Dio per questa profonda nostalgia della mia vera identità da ricostruire, per questa insoddisfazione di com'ero prima. Quasi quasi mi verrebbe da augurare a tutti di fare questa singolare esperienza, di provare questa sofferenza pungente ma soave, questo clima interiore che ammonisce e rinfranca l'anima.

A questo punto gli amici diranno: abbiamo letto la testimonianza meravigliosa di una persona che ormai ha risolto i suoi problemi.
Purtroppo chi ha scritto queste righe ha ancora un corpo e un cuore di carne con i quali ogni giorno deve fare i conti. E poi, come dimenticare quanto ho fatto soffrire le anime fedeli che credevano nel mio sacerdozio? So di aver turbato con lo scandalo non pochi credenti. Quanto mi resta ancora da pagare prima che siano ristabiliti certi equilibri di grazia che ho sconvolto negli anni passati?

Questo modo di vivere "dentro di me" mi ha fatto due grandi regali.
Non mi permette di adagiarmi in sicurezze ingannevoli, il mio peccato mi è sempre davanti e so che il mio bene è al di là di me stesso. Mi ha insegnato la preghiera del peccatore, la preghiera semplice fatta con l'umiltà nella mente, di chi ha provato cosa vuol dire sentirsi perduto.