Un sacerdote amico

Ora grazie a Dio riesco a dirmi quasi tutta la verità sulle luci e sulle ombre della mia esistenza, sento quasi il dovere di parlare. Penso che la mia testimonianza di vita vissuta e delle conseguenze subite potrebbe servire per offrire a voi di Fraternità un altro squarcio di realtà. Mi pare che i vostri interventi sul sacerdozio e i suoi problemi rimangono qualche volta un po' sfuocati. Vi dirò il mio punto di vista, basato sull'esperienza vissuta e soprattutto basato sugli errori commessi, vi dirò a parole tonde dove si annida la radice delle crisi e degli abbandoni.

Se mi metto a descrivere le tappe che mi hanno condotto all'anti sacerdozio mi ritrovo a descrivere esattamente l'itinerario della mia anima accidiosa.

Due misteri non sono riuscito a spiegarmi: come sia potuto cadere tanto in basso da rifiutare i doni di Dio e come il Signore sia riuscito a riacciuffarmi per i capelli.
Nella mia storia di 24 anni di sacerdozio (lo dico con un po' di rossore) è possibile leggere le fasi del cammino che conduce al fallimento sacerdotale e alla disperazione. Lo riconosco senza cercare attenuanti: ho creduto a cuor leggero che Cristo presente in me potesse convivere con la mia pigrizia spirituale e con le sue conseguenze.
Per circa sette anni e mezzo dalla mia ordinazione, tutto bene. Non ero un santo, però i superiori potevano anche essere contenti di me. Non avrei mai creduto però che proprio dalla mia attività quotidiana anche lodata prendesse spazio la mia deconcentrazione teologale. A proposito dei valori e di Dio la mia mente si è lentamente svagata. Molto più interessanti per me divennero in un primo tempo gli impegni apostolici e poi gli interessi terreni con qualche risposta anche ai richiami mondani.

Una specie di indolenza progressiva che tutto pervade, una trascuratezza cosciente nei riguardi di ciò che era la pratica di fedeltà spirituale, la lenta scomparsa dell'orrore per la colpa grave non hanno tardato ad occupare gli spazi dell'anima.

Il torpore lentamente ha invaso il mio spirito un tempo sereno, gioioso e ricco di entusiasmi e di ottimismo, ed ha lentamente sostituito il gusto del bene e delle giovanili prospettive apostoliche con una strana sensazione di fallimento e di pigrizia nei confronti di tutti e di tutto. Dentro di me si è diffuso un velo di tristezza impercettibile, che mi ha paralizzato le energie più sane e più vere, come se le facoltà dell'anima fossero immobilizzate in chi sa quale sonno. È stato un processo lento negli anni, ma progressivo e costante.

L'aspetto più singolare e più preoccupante della mia esperienza è stato il continuo attenuarsi del senso morale.

Il torpore è riuscito persino ad assopire la coscienza un tempo vigile, tanto che non solo le cose ardue consigliate da Gesù ma anche gli impegni comandati hanno corso il rischio di essere disattesi e quasi disprezzati. A forza di accettare il meno perfetto mi sono trovato a un passo dalla insensibilità morale. Il passaggio psicologico tra l'atteggiamento costante di pigrizia e la realtà della colpa anche grave è realmente assai breve. La mancata tensione verso il meglio e il più generoso, la tentazione di sfuggire lo sforzo, il venire a compromessi con la coscienza, quasi insensibilmente mi hanno condotto verso una devastazione interiore.
I dotti la chiamano apostasia del cuore. Altri la chiamano spesso crisi o tentazione di abbandono. Per me si tratta di un lento processo di morte della grazia, dei doni di Dio e della stessa vita. Oggi mi stupisco di come sia successa quella mia rinuncia al più e al meglio, quella accettazione prima della mediocrità e poi del disimpegno, quella perdita di identità teologale, morale, ed anche un po' umana. Mi fa paura pensare a che sarebbe stato di me se Dio non mi avesse riacciuffato per i capelli.
A chi attribuire la responsabilità di tutto questo? Alla società? Alla Chiesa? Alla formazione? Non voglio mentire. La responsabilità è stata mia.