Il motivo che mi spingeva ad abbandonare il ministero sacerdotale era la difficoltà di vivere con piena fedeltà le esigenze della vocazione.
Una incapacità di accettare i miei limiti, la mia debolezza, e in conseguenza la difficoltà di accettare gli altri, di inserirmi con serenità in una comunità e quindi nella Chiesa. Su questo terreno sono emersi poi problemi di natura sessuale, affettiva che mi sembrava impossibile ed ingiusto reprimere. In conclusione volevo riprendermi la libertà, per vivere finalmente a modo mio senza gli obblighi derivanti dalla mia consacrazione, che mi sembravano insopportabili.

Non è possibile esprimere con brevi parole quella che credo sia stata una esperienza di grazia, ma poiché la grazia si è servita di mediazioni umane proverò a descrivere quello che almeno vedendo dal di fuori mi ha convinto che non potevo non essere e quindi non vivere da sacerdote.

C'è a monte la fede degli amici nel mio sacerdozio, il loro accettarmi nonostante le evidenti contraddizioni e difficoltà in cui mi dibattevo. Ma il fatto che doveva farmi revocare la decisione che avevo presa è stato un incontro del tutto «casuale» ed imprevisto con una donna gravemente inferma, con la sua sofferenza, ma soprattutto con la sua fede. È una signora totalmente paralizzata che pur esprimendosi con difficoltà e senza nessun pietismo, ma con eccezionale fortezza mi ha, oserei dire, «imposto» di non venir meno ad una chiamata e ad una elezione di Dio. È difficile poterlo dire, anzi con queste parole ho l'impressione di guastare tutto: ma nella casa di questa signora, madre di tre figli, e da tanti anni così drammaticamente privata dell'uso delle sue membra, davanti a quel dolore così umano e vero e ad una fede difficile che si esprimeva senza enfasi ma con sicurezza, ho ritenuto di leggere un segno di Dio.

Avevo già parlato con teologi, con psicologi, con tanti amici sinceramente credenti e desiderosi di aiutarmi, ed infine avevo deciso di lasciare il sacerdozio... non è stato facile dire di sì ad una donna che aveva solo la fede e la sofferenza. Pure ho capito, e lo dico con molta trepidazione, che era il Signore che parlava per mezzo di lei e che non potevo sottrarmi a quelle parole.

I segni di Dio non sono come ce li aspetteremmo noi. Qualcuno ha anche potuto dire che «nessun segno è necessario a chi ha la fede, nessun segno è sufficiente per chi non ce l'ha». Vero è che la realtà divina quando si riveste di forme umane può diventare ambigua e può essere piegata alle più diverse interpretazioni, anche totalmente naturalistiche. Se le parole di quella donna hanno trovato un'eco così forte in me ciò si può anche spiegare con un po' di psicologia. Ma credo che questa sia una spiegazione fortemente riduttiva. Quello che dopo la mia decisione di laicizzarmi sperimentavo non mi sembrava una semplice frustrazione o una nostalgia del sacro. Ma era soprattutto una consapevolezza drammaticamente vissuta della permanenza della mia consacrazione, qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto cancellare, quasi una esperienza esistenziale di ciò che la Chiesa insegna circa il carattere sacro e la sua perennità. È stata su questa realtà che hanno agito le parole molto semplici che mi sono state rivolte da una donna fino ad allora sconosciuta nel contesto tutt'altro che mistico di una abitazione popolare. Questa esigenza del mio essere che volevo sopprimere anche perché la ritenevo troppo alta per me mi è stata fatta accettare e con essa ho dovuto accettare tutto me stesso come dono di Dio il quale chiama a se «quelli che vuole» talvolta al di là di ogni loro merito e di ogni loro buona qualità.

Ora mi sembra una grande grazia riuscire ad accettare di essere quello che sono: il futuro non è nelle nostre mani. Spero che il Signore mi manifesti ancora la sua misericordia e mi conceda di essere strumento di Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote.