Mi sono sentito sempre un poco a disagio di fronte a sacerdoti che raccontavano di essere stati salvati dopo uno sbandamento. Non mi ci ritrovavo in quelle "esperienze di salvezza" eccezionali. La mia vita è trascorsa in modo normale, senza la ferita di vicende così drammatiche. Ma in certe circostanze, quando la cronaca invade la piazza mediatica con notizie di sacerdoti che "hanno sbagliato", mi ritrovo a dire a me stesso e ad altri: «Mi ha salvato la Chiesa».
Volgendo indietro lo sguardo negli anni, posso dire di essere stato "salvato in anticipo" e di aver goduto della grazia di essere stato "preservato". Siamo tutti presi dentro il peccato di Adamo, e subiamo il contraccolpo della tentazione fino a venirne catturati e corrotti. Ma ci è stata data la grazia di nascere dentro una storia di salvezza e di partecipare alla comunità dei discepoli del Signore.

La grazia che ha accompagnato la mia vita sacerdotale ha preso il volto, il corpo e l'anima della Chiesa: sono le persone che in questi anni mi sono state appresso, i giovani e le famiglie che ho incontrato, le parrocchie che mi hanno avuto come cappellano e come parroco, i familiari che hanno vissuto con me, le persone che hanno condiviso più profondamente il carisma che vivifica la mia esperienza di fede, gli impegni pastorali che mi hanno fatto lottare contro il tempo, il fiato delle persone che mi pressavano. Mi accompagna il richiamo preciso e appassionato di alcuni maestri di vita, che hanno sostenuto la mia decisione di continuare a essere di Cristo e di servirlo. Sono state e sono per me stimolo e richiamo le persone che domandano Cristo, ponendomi davanti la loro angoscia, il desiderio, l'attesa, la domanda della vita; quale risposta, quale pane si può dare a chi chiede da mangiare? Basta donare sé stessi, le proprie parole e prestazioni? L'urgenza e la domanda sono così imponenti che solo una risposta adeguatamente proporzionata vi può corrispondere: il Signore Gesù, la sua persona, che ho avuto la grazia di incontrare, conoscere e seguire.

Mi è stata donata la ricchezza di poter parlare di lui, indicarlo, donarlo. Al di fuori di questo, mi trovo a sperimentare desolazione, deserto e vuoto. Mi accompagna un'esperienza reale di Chiesa, che mi circonda, mi abbraccia, mi condiziona, senza concedermi la possibilità di "evasioni" nelle settimane, nelle giornate, nelle ore, persino nel tempo della vacanza. La familiarità con alcuni amici preti, con i quali ci si trova settimanalmente, continua a essere una splendida compagnia nel vivere la bellezza e la fatica del sacerdozio. Ho potuto constatare che Cristo non è semplicemente un ideale, una presenza interiore, un pensiero o un'immaginazione; non è il risultato dello studio, che pure si è intensificato negli anni dell'insegnamento intenso e impegnativo della teologia. Il rapporto con Cristo si realizza incontrando e accogliendo la sua presenza visibile e concreta nel volto, nel corpo, nel cuore della Chiesa. Amare Cristo significa amarlo nell'eucaristia attorno alla quale egli ci raduna; donarlo nella misericordia del sacramento della riconciliazione; parlare di lui, appassionandosi per l'edificazione del suo corpo.
Egli non è soltanto il Signore del cielo e il Cristo della teologia, ma il Gesù della Chiesa.

Il bisogno affettivo non patisce un vuoto, ma si realizza in un amore vissuto, in un attaccamento e una vibrazione per lui presente e vivo. Il cuore non viene indotto a disseccarsi, alienarsi, ripiegarsi su di sé, spegnendosi nell'aridità e mortificandosi nella solitudine; si può amare ed essere amati, coinvolgendosi in affetti e legami veri, vissuti con passione. Chi insiste a dire che il prete deve essere staccato da tutti, ha già cominciato a tracciare la strada della sua perdizione. È una grazia l'attaccamento alle persone come segno di Cristo, l'amore a una sposa concreta e non ideale, la sposa che è la Chiesa, non generica o astratta, ma reale nel volto di uomini e donne e bambini per la cui felicità preghi e speri e soffri e lotti, amando con affetto di fratello, di padre, di sposo. Il prete non è chiamato a vivere separato e lontano dagli altri, ma ad affezionarsi a Cristo che opera in un avvenimento presente.

La disciplina dei sentimenti non conduce a non amare, ma ad amare e accettare di essere amato senza possedere ed essere posseduto perché già si appartiene; amare ed essere amato nella fedeltà alla propria vocazione e nel rispetto della vocazione degli altri. Questa esperienza non introduce a un di meno, ma a un di più. Avete presente la passione di san Paolo, l'intensità della sua dedizione, l'irruenza del suo affetto, lui che considerava "fidanzata" la comunità di Corinto, lui che è diventato padre e generatore di persone e comunità? Se la verginità conducesse a un cuore vuoto, diventerebbe un'alienazione che va poi a cercare da qualche altra parte la sua compensazione. La verginità è un modo diverso e intenso di amare e di essere amati.