Ci gloriamo perfino delle tribolazioni ben sapendo che la tribolazione produce la costanza, la costanza una virtù collaudata, e la virtù collaudata la speranza.
La speranza, poi, non delude"
(Rom 5, 3-5).

Credo che un uomo possa parlare seriamente e con sufficiente aderenza alla realtà, soltanto di proprie esperienze personali. Ogni uomo è unico, irripetibile. Conseguentemente le situazioni, le modalità, gli esiti delle crisi personali sono incredibilmente diversi. Nessuno mai potrà fare un discorso serio e generalizzato circa le radici delle crisi di esistenza, circa la profondità e la vastità di quelle sofferenze, circa le modalità per venirne fuori.

Con molto senso del limite quindi mi accingo a dirti quello che ritengo un elemento presente quasi sempre nella storia dei sacerdoti che, come me, si trovano immersi nel travaglio della crisi della loro identità. Ne parlo con rispetto tentando la descrizione di ciò che ho vissuto personalmente pensando che, in misura più o meno completa, la mia paralisi spirituale sia una forma di malattia comune.
Pur essendo le situazioni di crisi quanto mai diversificate, sotto molti profili per me la radice è sempre la stessa: "il vuoto di preghiera". Può sembrare un luogo comune, fastidioso forse, ma penso fortemente che sia la realtà.
Si ha un bel dire che chi lavora prega, chi soffre prega, chi amministra i sacramenti prega. Sono d'accordo, ma forse esiste anche un altro tipo di preghiera. Non troverai mai un sacerdote che sia in crisi e che ci rimanga dentro se prega con quell'altro tipo di preghiera che il Signore mi ha costretto a riconoscere.

La triste storia ripetitiva delle crisi abitualmente avviene così. Il lavoro apostolico... l'attivismo... lo stress e in direzione opposta, la vita di preghiera... la scarsa preghiera... il vuoto di preghiera. Quanti sacerdoti malati di questo "vuoto", portatori di questo handicap! Siamo una moltitudine. E ne sappiamo il perché.
Pregare significa regalare del tempo e dell'attenzione a Dio.
Sembra incredibile, ma anche noi sacerdoti siamo avarissimi su questo punto. Siamo capaci di trascorrere settimane intere senza "pregare". E questo accade perché siamo ben consapevoli come la preghiera autentica cambia la vita, come il contatto con il Signore della semplicità ci porterebbe a divenire semplici. Ma questo ci fa paura, ci fa tanta paura.
Alla radice c'è una concezione errata della preghiera. Siamo stati abituati a credere "preghiera" le nostre "preghiere" e a credere che siamo a posto quando parliamo con il Signore, quando proclamiamo i suoi salmi. Dimentichiamo che la vera unità con Lui avviene quando ci esponiamo alla sua verità e ci lasciamo pervadere dal suo giudizio. È soltanto allora che diventiamo preghiera. La nostra preghiera diventa autentica perché diventa vita.

Il cuore della crisi del sacerdote è forse questa misteriosa paura di Dio, questa diffidenza nei suoi confronti come se fosse un Dio che, se parla, toglie la gioia. Proprio nell'illusione di poter rimanere autonomo e padrone della propria vita il sacerdote un po' per pigrizia e molto più per istinto pagano, rifugge ogni proposta di conversione che passi attraverso la porta stretta dell'ascolto di Dio. Il nucleo oscuro e intimo che rende sterile la stessa grazia è questa misteriosa presunzione di salvarsi senza di Lui, senza il confronto con la sua voce.
Le ragioni addotte per difendere questo allontanamento dalla verità "più vera" sono diverse e si situano a diversi livelli di coscienza. Per alcuni, forse sono i più, Dio è percepito come un guastafeste, che non dovrebbe avere il diritto di appropriarsi della vita di un uomo, o che comunque avendo già ricevuto il tributo di dieci, vent'anni di servizio dovrebbe ritenersi già soddisfatto. Per altri, Dio ha sbagliato a chiamarli, perché non aveva preventivato le difficoltà insormontabili a cui avrebbe esposto i chiamati i quali, bontà loro, sono comunque disposti a perdonargli. Per altri ancora Dio è stato troppo esigente: "questa non me la doveva fare! ora basta!" e se ne vanno sbattendo la porta del proprio cuore (e dei propri nervi). Per altri, eccetera, eccetera.

Ma la vera spiegazione per tante crisi non risolte, per tante decisioni affrettate sta nella mancanza di confronto e di ascolto di quella "coscienza" profonda che è scintilla di Dio e che brilla quando a lui si regala tempo e attesa. Forse qui sta una chiave per capire come mai tante proposte di soluzione (ad esempio gli esercizi spirituali o le stesse "preghiere") rimangono sovente senza alcun esito: sono state vissute "vuote di ascolto", vuote di vera preghiera.
In queste condizioni la crisi del sacerdote può essere considerata una grazia? Lascio ad altri rispondere. È chiaro che persiste in eterno la misericordia di Colui che "ha sì gran braccia" da saper veramente abbracciare tutte le sue creature.
Lungi da me il cercare risposte dai teologi che tra l'altro oggi sono così pochi ... . Ma la mia esperienza personale mi autorizza a dire che l'inizio della mia guarigione dai conflitti profondi e lo sviluppo della mia liberazione dal male di me stesso è stato il ritorno alla preghiera fatta di verità, cioè all'accettazione della voce di Dio che parla attraverso tutto.