Può risorgere solo chi è morto. Devo dunque raccontare la mia esperienza di morte. Cosa non facile. Per nessuno.

Perché 'raccontarsi' significa andare dentro di te, essere vero, chiamare le cose con il loro vero nome. Significa riconoscere, sul serio, i tuoi peccati e le tue miserie. Significa ammetterli senza timore. Significa essere me stesso davanti alla mia comunità. Significa non fingere. Significa riconoscere di essere creatura.
È molto facile che preti e cristiani parlino di Pasqua in modo retorico, oppure riferendola solo a Cristo. È facile cadere nella trappola del maligno, cioè dire parole non vere. Solo parole.

Da sempre so che verità e carità sono le due virtù tipiche del cristiano.
E so che se verso gli altri devo usare la bilancia della carità, con me stesso è necessario che io usi la bilancia della verità.

Può risorgere solo chi è morto. Ero morto, come il figlio prodigo, e sono tornato alla vita.
Avevo l’agenda piena di impegni, lavoravo per il Regno con convinzione ed entusiasmo, riempivo quaderni di meditazioni, inventavo con fantasia e con facilità occasioni per parlare di Te. Mi affascinava la Tua umanità e volevo che altri godessero della Tua amicizia. Ero arso da un fuoco interiore, mi divorava davvero lo zelo per la Tua casa.
Mi accorsi troppo tardi, ma dentro di me l'ho sentito e l'ho saputo da subito, che quel fuoco scaldava gli altri e, contemporaneamente, raffreddava il mio cuore.

Parlavo molto di Te, o Signore, ma sempre meno con Te.
Grazie alle mie parole, negli altri cresceva la Tua luce ed in me si faceva sempre più notte.
Dalle ceneri spente dell'amore per Te, nacque dapprima la simpatia, poi una frequentazione sempre più intensa, quindi una passione interiore, infine l'innamoramento per una donna. Questa passione mi travolse. E la travolsi.

La morte del prete non fu compensata dalla rinascita dell'uomo.
Furono anni travolgenti e sofferti, un vero calvario. Il mio cuore conobbe la lacerazione interiore: stavo male, dentro e fuori, nell'intimo come nel corpo. Facevo stare male tutti: la comunità, il mio parroco, i giovani. Ma soprattutto lei. E poi mia mamma, i miei fratelli, il mio vescovo. E chissà quante altre persone.
Ero diventavo uno zombie, un morto che cammina.
Il mio cuore era strappato e dilaniato senza posa, ero incapace di scegliere tra il cuore di Lui e quello di lei. Ho desiderato che fosse possibile dare tutto il mio cuore a lei, con l'approvazione di Lui.
Era un sogno ad occhi aperti, adolescenziale. Sogno inutile, perché Tu sei un Dio geloso.
Cominciai ad odiare tutto e tutti, anche Te, anche la vita. Toccai il fondo. Volevo fuggire e fuggii. Giravo ramingo verso una meta sconosciuta. Mi nascondevo, ma Tu mi trovavi. Dovunque io andassi, anche nelle strade affascinanti ed incatenanti del peccato. C'eri Tu. E c'era anche lei, la donna che credevo di amare.
Divenne insopportabile. Tentai due volte la fuga più difficile. Ma la morte non venne. Ne seguì un periodo di buio, apatia, abulia: non mangiavo più, non parlavo più, non dormivo più. Ero morto.

Signore, Tu sei rimasto nel sepolcro tre giorni. Per me furono tre anni. La Tua risurrezione fu trionfale e durò un istante. La mia fu lenta, tortuosa, non ancora piena. Cosa l'abbia determinata, ancora non lo so.
Vi hanno contribuito molti: il no di lei (per questo, come prima ti maledicevo, così ora ti benedico), le preghiere di mia mamma e dei miei fratelli, la fermezza garbata (verità-carità) di un prete, la tenerezza affettuosa di una famiglia, la pazienza del mio vescovo, la soavità di un frate... e mille altre persone che Tu hai ispirato e che solo Tu conosci.