In un clima di sincerità, quasi di intimità, un sacerdote ci ha confidato la sua sofferta esperienza. Lo ha fatto come impegno personale nei confronti della Verità ma anche  ci ha detto nel desiderio di aiutarci a leggere meglio il mistero delle crisi sacerdotali.

Come mai sei venuto meno alla tua fedeltà sacerdotale?
Cosa è successo, o cosa hai fatto che ti ha ridotto - lo dici tu stesso - come un sacerdote senza fede né speranza, come un sacerdote senza Dio?
Voglio essere sincero e possibilmente non superficiale. Cercherò di mettere al sole le radici della mia crisi che sono molto personali, ma che forse si trovano anche in molte storie di altri sacerdoti in difficoltà.
Parlando delle radici della mia crisi voglio subito escludere i facili alibi come - lo stile di vita comunitario - le strutture contestabili - l’evoluzione dell’ambiente socio culturale - i ritardi ecclesiali eccetera eccetera. Anche il mio desiderio della donna e del matrimonio è stato più una conseguenza che una causa. Indagando in profondità ho realizzato che la vera causa della mia crisi è il fatto che ritengo di essere stato consacrato quantunque non fossi mai divenuto cristiano in senso esistenziale e mi accorgo tristemente che ero anche poco «persona».

Non ti pare di esagerare un pò’?
Dopo anni di formazione come puoi dire «non ero cristiano» e addirittura «non ero persona»? O questa tua frase è una denuncia contro ignoti?
Ho smesso di fare il polemico. Non denuncio nessuno perchè ho già molto lavoro nel denunciare me stesso.
Oggi mi accorgo che conoscevo intellettualmente molte cose su Cristo e le accettavo anche emotivamente ma mi accorgo anche di non avere «vissuto» secondo le esigenze di quei valori, di non aver centrato la mia esistenza tutta su Cristo. Il familiarizzare con Lui, l’essere innamorato di Lui: questo mi è mancato. Cristo era per me (e temo per tanti seminaristi e sacerdoti) una serie di nozioni e di immagini, non un’esistenza. E difficile vivere senza un grande amore; per il sacerdote il grande amore è Gesù, ma non avendo fatto esperienza profonda di Lui, non riuscivo ad accettarlo come principale ragione di vita. Tanti anni di teologia e di formazione e pochi attimi di esistenza veramente «cristiana» ossia con Cristo, per Cristo, in Cristo.
E’ triste a 38 anni accorgersi che la parte migliore di te è tutta ancora da costruire. E triste giudicare che la propria realtà di sacerdote è un falso pubblico. E’ triste dedicandosi in buona fede al servizio agli altri accorgersi che in realtà si sta vivendo solo la ricerca di se stessi.
Capisci. facevo il sacerdote non per il Cristo ma per sentirmi gratificato e perchè ormai pensavo che quello fosse il mio ruolo sociale. E’ triste accorgersi che la propria obbedienza è solo paura della responsabilità personale, che la propria perseveranza è decisione di rimanere nello statu quo.

Ma come è stato possibile questo in una persona come te che ha avuto dei bei successi nel sacerdozio?
Sono state più apparenze che realtà. La vera realtà era la mia scarsa maturità.
Oggi posso dire che tutto è successo perchè mi è mancata la continuazione della maturazione umana e soprannaturale, posso anche denunciare molte ambiguità o lacune che nessuno mi ha aiutato ad eliminare, posso dichiarare che da quando sono entrato in seminario la maturazione della mia affettività è rimasta ferma a 17 anni. Il mio temperamento e la vita reale di attivista per qualche anno mi hanno sostenuto e gratificato nascondendomi quelle lacune e mi hanno evitato il confronto sincero con gli altri e con me stesso, poi però mi sono accorto di vivere con un cuore non maturo.
Ho molta riconoscenza per i Superiori ma mi è stato nocivo il fatto che per tanti anni essi mi abbiano dato tutto senza che io pagassi mai alcun prezzo, alloggio, vitto, cultura, titoli di studio. vacanze, tutto sempre gratis, quasi mi fosse dovuto.
Mi era possibile maturare in questo modo, senza tensioni di crescita? I soli problemi «gravi» della mia vita erano l’orario, la talare, l’uso o meno delle sigarette, o della chierica. Ho vissuto troppo tempo ben difeso ma in un mondo irreale.
Il contatto e la conoscenza del mondo reale, la conoscenza serena e normale della donna, in una parola la scarsa formazione di me come persona e come futuro ministro del Signore, lo dico con serenità, sono «ciò che è successo» alle radici della mia crisi. Non cerco attenuanti e non faccio processi, ma credo che i miei peccati e la tentazione di abbandono hanno preso spazio in quanto, nato e cresciuto anagraficamente, non ero nato del tutto come persona.