Un parroco

Scegliere significa selezionare. Decidere è giudicare in modo definitivo. Perseverare è avere fermezza intellettuale, morale operativa ... Importante è camminare insieme ...

A volte, noi sacerdoti, crediamo dì essere superman e ci comportiamo come tali.
Qualche volta i superiori, o le comunità che serviamo, ci chiedono di agire da superman: accumulo di impegni, tante attività, calendari fittissimi, sovrapposizione di cose da fare. Ci dimentichiamo tutti che il sacerdote, anche se toccato dalla Grazia, è una creatura fragile.
Viviamo tempi straordinari e faticosi: i cambiamenti repentini toccano anche la morale, la pastorale, la dottrina, la Chiesa, i Sacramenti.
Attorno a noi, vediamo che tutto vacilla. Dentro di noi, sentiamo che tutto vacilla. Sopra di noi, sappiamo che Dio non vacilla, perché è stabile come una Roccia. Ma a volte ci pare che sia muto, sordo, insensibile, assente, sconfitto.
Rimane scosso il nostro fragile equilibrio di uomini e di consacrati. li nostro modo di essere preti (l’identità) ed il nostro modo di esercitare il ministero (l’attività) sono messi in discussione da tutti.
Noi sacerdoti non siamo superman. Se lo capissimo (noi, chi ci guida, le comunità), probabilmente tante crisi sarebbero evitate.

Un neonato non può mangiare formaggio
Siamo tutti dei pessimi giudici, incapaci di vedere dentro la persona. Chi è in grado di valutare i sentimenti, i pensieri, gli stati d’animo, le ferite, le paure, le ansie, le scelte di una persona? A mala pena sappiamo farlo (poco e male) con noi stessi.
L’altro è sempre un mistero. E come tale va accostato e ascoltato. Sappiamo poco o nulla dell’altro. Perché ci fermiamo solo a ciò che vediamo? In un mondo che esalta l’immagine, anche noi giudichiamo il più delle volte in base alle apparenze.
Cosa chiedere ad un sacerdote in difficoltà? Pretendere da lui serenità nel giudizio. perseveranza nella scelta, fretta nella decidere è come chiedere ad un neonato che mangi pane e formaggio.

Solo, nel deserto
Arriva per tutti, nella vita, un momento nel quale sei costretto a mettere in discussione la tua identità (chi sono io?) e la tua attività (mi appaga quello che faccio?).
E’ un tempo di bufera, di notte interiore, di solitudine, di angoscia. E la crisi nei tuoi rapporti con te stesso, con gli altri, con Dio. E l’Esodo, con tutto il suo contorno: mormorazioni, nostalgie, voglia di tornare indietro, speranza di una meta.
E il vagabondaggio dello spirito.
Me ne stavo tranquillo in Egitto: ero sicuro di me stesso, con le mie abitudini, le mie illusioni, le mie manie, i miei cali di tensione. Esperto del sacro. E magari non avevo incontrato Dio.
All’improvviso arriva Mosè: una donna, un trasferimento, una malattia. una incomprensione, una calunnia, una stanchezza.
Addio, Egitto, addio tranquillità.
Comincia il mio errare: niente mi attrae, sono stanco nel deserto, non ho voglia di niente e nello stesso tempo desidero tutto. Anche il male. Tempo lungo il deserto.
Tempo per scoprire l’essenziale: sabbia e cielo, l’uomo e Dio, pane e acqua. Ti senti solo, durante il deserto, anche se sei circondato da un popolo numeroso.
Finalmente, ormai non lo credevo più, l’Oreb dà un senso ed una meta: non solo pane, ma anche Parola: non solo libertà ma anche Legge: non solo gli uomini ma anche Dio. Posso ripartire verso una Terra Ignota e Promessa.
Ora sento mio ciò che prima sapevo e dicevo. Tocco con mano quello che ho imparato sui libri: ho dovuto togliere sandali per riuscire ad ascoltare la Sua voce.
L’incontro con l’invisibile Presenza non annulla le tentazioni: c’è sempre un vitello d’oro dietro l’angolo, un idolo che cerca di rubare il posto di Dio.

Tre verbi difficili, per chiunque
Mentre attraverso il mio deserto alle spalle mi rincorre il Faraone: torna indietro, accontentati di pane e cipolle. Tutti ci caschiamo, anche i più santi. È la sirena di chi ti dice: torna indietro, non fermarti, c’è bisogno di te, non lasciare il ministero.
Tornare indietro è impossibile: la crisi del sacerdote è occasione per crescere, per prendere le distanze, per passare dall’adolescenza alla maturità spirituale.
Scegliere, decidere, perseverare. Tre verbi difficili per chiunque.
Se poi hai perso la stella polare, diventa addirittura impossibile.
Perché scegliere significa selezionare, fra molte possibilità, la migliore: Egitto o Terra Promessa? Pane e cipolle sicure o un futuro indefinito?
Decidere è giudicare in modo definitivo:
comporta un troncare, il tagliar via. Rimango sacerdote? Chiedo di tornare allo stato laicale?
Perseverare è avere una fermezza intellettuale, morale, operativa, tali da procedere con tenacia e con determinazione nell’opera intrapresa. Il sacerdote, che vive la faticosa esperienza del deserto, non può avere la capacità di perseverare.

Sempre «e, e», mai «o, o»
Devo farmi alcune domande: cosa faccio per e con un sacerdote in difficoltà? Come lo aiuto? Quanto lo capisco?
Devo trovare il coraggio di andare con lui nel deserto, per cercare assieme la strada. Non servono competenti, non esistono ricette, nessuno ha la patente di ‘salvatore’ della patria.
Abbasso gli «aut, aut»: sono poco rispettosi dei tempi di Dio. È un atteggiamento velenoso che distrugge la persona.
Ingiungere, pretendere, fare fretta, dare soluzioni prefabbricate, significa mettere pietre pesanti nello zaino di chi sta già facendo un’enorme fatica.
Meglio gli «et, et».
Pazienza e coraggio, attesa e proposte, misericordia e fermezza, libertà e comandamenti.
Occorre dosare in modo sapiente la misericordia che sa attendere con la decisione di chi sa pretendere. Attendere e pretendere, misericordia e decisione.
Ci vuole l’uno e l’altro. Misericordia, pazienza, attesa, rispetto della sua libertà sono l’aria che fa respirare il nostro fratello sacerdote. Coraggio, proposte concrete di cammino, fermezza, chiedergli che cerchi di vivere i comandamenti sono il pane che fanno camminare il nostro fratello sacerdote. Per gli amanti delle ricette, la dose consigliata è: 95% di aria e 5% di pane.
L’uno e l’altro. Se manca l’attenzione, il rispetto, l’amore, l’attesa, la pazienza, non sarò fedele al ‘settanta volte sette’. Se manca la proposta di uno stile, la chiarezza nel percorso, il dono di esperienze autentiche, allora io sono un aguzzino che allunga il tempo della fatica al fratello sacerdote. Se non gli regalo relazioni vitalizzanti ed un ambiente sereno, io divento crocifissore e non un cireneo. L’uno e l’altro. Accoglienza e proposta. Se accolgo sul serio, posso proporre. Altrimenti no. E' meglio tacere e mettere il Vangelo in biblioteca.
Meglio, molto meglio, un Vangelo accantonato che un Vangelo usato con la testa, ma senza il cuore, con le labbra, ma senza la vita.
Se voglio aiutarti, caro fratello sacerdote in difficoltà, devo dunque imparare a camminare insieme con te, nel deserto: non senza di te, non al di sopra di te, non contro di te. Insieme con te, entrambi fragili, entrambi in ricerca di quel Dio che non si lascia afferrare e possedere da nessuno.
Alla ricerca di quel Dio che si lascia vedere, ma solo per un istante.
Insieme, io e te, pronto a darti quello di cui hai bisogno, ma anche a ricevere da te quello che Dio mi vuole donare attraverso di te.
Sacerdote in difficoltà o regalo di Dio perché io cresca?