Un sacerdote missionario

Sono felice perché mi sento vivo. Sia benedetta la crisi totale che mi ha condotto a voi dalla foce del Rio delle Amazzoni. Per mesi e mesi parlavo solo con il mio cavallo; il breviario era sostituito dalla mappa che mi ero fatto per raggiungere con la motobarca, tra le onde minacciose del fiume immenso, le trenta isole che erano la mia parrocchia.

Trentatrè anni: neppure il mio entusiasmo ha potuto reggere a uno stile di vita così disumano.
I Superiori (questa volta ispirati dall'alto) mi hanno sradicato di là e mi hanno messo in contatto con voi. Oggi vi sento come dei cari amici, matti e affaticati, a fare questo mestiere; matti e benedetti.
Ora che sono tornato vivo, un po' per la grazia di Dio e molto per la vostra umanità, vi mando i più cari auguri di Natale. Li mando in ritardo perché, come sapete, la mia vita qui non mi lascia spiragli per scrivere.

Ho trentacinque tra bambini e bambine di strada, trentacinque piccoli delinquenti da amare.
La mamma di quattordici anni con il piccolo di pochi mesi. È il cuore della nostra casa. Un segno chiaro che Dio ci ama se ci ha regalato lei e il bambino.
La piccola di nove anni che ha abbandonato le notti del marciapiede. Da quando aveva cinque anni il papà la "vendeva" per un'ora a qualche maniaco per una manciata di spiccioli. Qualche volta lei stessa chiedeva di poter stare con un uomo per poter dormire poi, tra due lenzuola (che gioia poter dormire tra due lenzuola!).
II ragazzino di quindici anni che tre anni fa aveva organizzato la sua piccola azienda: rubata una piccola barca, con altri due adolescenti, portava sotto bordo alle navi mercantili in rada le ragazzine che aveva convinto a prostituirsi per qualche soldo in più, anziché stare ore e ore ad aspettare nel porto il solito uomo che avrebbe pagato ben poco. È qui da me, con una delle sue collaboratrici, tredici anni, due occhi immensi, un viso già adulto. E tanta nostalgia di un'età bellissima fatta di giochi e di amore familiare, mai vissuta. Lei ha chiesto di poter portare con sé il fratellino di otto anni, perché altrimenti non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe provveduto a lui già sulla strada, messo lì dalla madre un anno fa.
Poi c'è la mia amichetta di undici anni, quella che mi chiama "mia balena" perché sono grasso e grosso. L'ho dovuta sgridare forte ieri perché deve smetterla di continuare a fare il suo "mestiere" con i ragazzini del Centro. Lo fa perché ha bisogno, ma di che cosa? Riusciremo a mettere ordine e pace in quella testolina? Il suo futuro è la mia preoccupazione. L'ho raccolta (si può usare questo verbo perché anche lei era stata buttata via dalla madre). L'ho raccolta come tutti gli altri sui marciapiedi di questa immensa città. Era ranicchiata su due cartoni da imballaggio, di prima mattina, tutta intirizzita per l'umido della notte. È venuta volentieri perché le ho promesso che avrebbe dormito in un letto e che avrebbe mangiato sempre qualcosa di caldo insieme ad altri amici come lei. Ce n'è voluto di tempo per meritare la sua fiducia! Ha negli occhi dei lampi, ogni tanto, come di rabbia. Non sarà perché io sono un uomo? O perché alcuni mi chiamano "padre"?
Poi c'è il più tremendo, un vero piccolo mago del furto indolore. Il suo bersaglio sono i turisti e i ... nemici del Centro! Se non stai attento ti ruba anche la testa e tu non te ne accorgi. È fuggito già due volte, ma mi è diventato amico da quando sono andato a cercarlo nella immensa discarica dei rifiuti della città. Un vero inferno dantesco. L'ho cercato tra un fetore nauseante, tra i branchi di bambini e di adolescenti, forse cinquecento, forse mille, impegnati a raccattare immondizie ancora utili a qualcuno, bottiglie, cartoni, plastica, pezzi di ombrello, rifiuti di frutta o di verdura. Il vomito dei ricchi. L'ho trovato al di là di una montagna di letame mentre contendeva il terreno a una enorme ruspa che avanzava contro di lui. Stava cercando bottiglie e cocci di vetro, rischiando di rimanere sepolto in quel letame, come non rare volte è accaduto ad altri bambini desaparecidos. L'ho visto io il bambino morto, con un collo di bottiglia verde ancora tra le mani.

Sono felice perché per stare con questi figli ho dovuto nascere di nuovo. Ho dovuto fare la fatica di perdere tutte le mie certezze precedenti, gli schemi mentali, le grettezze affettive, per incontrarmi con ognuno di loro su altri campi. Non devo parlare loro di Dio come Padre perché il padre per ognuno di loro o non esiste o è colui che ha sfruttato e poi abbandonato la madre e i figli. Non potevo parlare loro di amore perché questa parola non è mai esistita per loro, non sanno cosa sia. Non potevo parlare di progetti di vita poiché la loro vita è essere abbandonato; progetto è rubare, prostituirsi, vendicarsi e uccidere.

Sono felice perché la categoria mentale del "padre" può non funzionare o addirittura può essere nefasta, ma la categoria pratica dell'amore gratuito funziona (quasi) sempre. La direttività, la disciplina, molte volte non funzionano, ma l'esempio costante di un amore fedele rimane, e le loro domande, le loro attese mi impegnano ben più che un corso di esercizi spirituali.

Sono felice perché in questo continuo esercizio di espropriazione di me sento che sto seguendo le orme di Gesù che amava stare con i piccoli, con i ladri e le prostitute (io li ho tutti contemporaneamente in casa mia!) affinché stiano un po' meglio dentro. Sento che Lui mi sta purificando da me stesso attraverso la semplice ascesi dell'amore gratuito e concreto. Sento di essere entrato in un'autentica università dell'amore evangelico. Mi piace troppo frequentare le lezioni che mi vengono impartite da questi ragazzi, minuto dopo minuto. È troppo bello accorgersi che per essere sacerdote qui basta far funzionare bene il cuore. È bello scoprire con meraviglia che l'amore di Dio per questi piccoli ladri (che stamattina ancora una volta mi hanno fatto sparire di tutto...) arriva soltanto attraverso il mio povero cuore. Non posso più dubitare: è questa la mia missione.

Buon Natale! Sono felice! Vi auguro di essere felici come me!