Vi è nell’anima di molti sacerdoti una "crisi d’identità". Questa parola è ricorrente, ha avuto fortuna sui libri e nei salotti. Purtroppo riflette qualcosa di reale.

In effetti anche io, ad un certo punto del mio itinerario (ho 46 anni), non ho saputo più “chi fossi”. Le parole della fede, che me lo dicevano e continuavano a dirmelo, cominciavano a sembrarmi prive di contenuto reale. La mia consacrazione si incorporava ad un personaggio sociale ben determinato: quello che ero per gli altri, quello che si credeva che io fossi. Nei loro occhi e negli atteggiamenti a mio riguardo vedevo un personaggio sociale che ho visto volatilizzarsi in questi anni. Colpa del mutato contesto sociale e culturale?

Quando un uomo non riesce più a distinguere sul volto e nel comportamento del prossimo una considerazione, fosse pure di ostilità, nei propri confronti: quando a torto o a ragione ha la sensazione di essere come inesistente, senza definizione, senza identità, allora questo uomo comincia a conoscere ciò che io ho sofferto, le vertigini, il disorientamento di chi non ha più un sicuro punto di riferimento. E il vuoto, la paura, l’angoscia. Da qui, il passaggio a gesti disordinati di difesa o di attacco, di rivolta o di disperazione, di evasione o di rifiuto, è passaggio breve.
E ciò che si e verificato per me. Non sapevo più bene a cosa servivo tra la gente che mi circondava. Nessuno aveva bisogno di me, ero diventato inutile. Avevo già accettato di essere inefficace fin dal momento della consacrazione poiché sapevo che questo sacrificio faceva parte della legge del mio stato. Ma non mi aspettavo di essere come oggi un estraneo che si guarda con curiosità, che si ascolta negligentemente, che sembra una irreale e brutta copia del passato.

Sul mio equilibrio psicologico ha influito in misura grave l’estrema mobilità della vita attuale. La mia azione di sacerdote supponeva una stabilità, poteva prendere forma soltanto se le relazioni abituali con i fedeli si fossero potute sviluppare in un ambito stabile e definito. Ma l’urbanismo ha coinvolto anche i miei fedeli, specialmente gli uomini, in un movimento, o addirittura in un ciclo di movimenti quotidiani, settimanali, annuali che non hanno più permesso a me sacerdote di incontrarli regolarmente e con facilità. Mi sono sfuggiti i fedeli, non ho potuto più impegnarli nel dialogo e nelle iniziative. Le mie pecorelle a loro volta, travolte in cicli ininterrotti, non si sono più accorte del pastore. Questo è stato uno dei vari fattori che mi hanno fatto sentire “emarginato”, solo, su un binario abbandonato dai treni.

Non mi sono dato per vinto. Mi sono chiesto, di giorno e di notte, in che modo potessi ristabilire quel contatto perduto, magari sforzandomi di divenire realmente ai loro occhi come uno di loro. Mi sono interrogato su ciò che mi teneva emarginato e mi sono risposto che non sono come gli altri. Non sono come gli altri perché non lavoro come gli altri con le mie mani, non ho come loro una professione. Non sono come gli altri perché mi è stato detto che è mio dovere rinunciare a ciò che costituisce l’incanto e la consolazione della vita di un uomo: una sposa, un focolare, i figli. Non sono come gli altri perché tenuto lontano dagli impegni più seri dell’esistenza umana, quelli che coinvolgono attivamente nella vita sociale. Chiunque può comprendere che questa inquietudine abbia spinto anche me, come tanti sacerdoti, verso tentativi di rivendicazioni sofferte, appassionate.
Dentro di me si è fatto sempre più drammatico l’interrogativo: è questa la strada giusta per ritrovare la mia identità sacerdotale? Ciò che forse troverò alla fine del mio ricercare, sarà proprio l’identità” sacerdotale”? Se poi dovessi spingere la mia analisi fino alle estreme conseguenze non correrei il rischio di perdermi come sacerdote, agli occhi degli altri e agli occhi miei?

Per lungo tempo ho avuto chiara la sensazione che mi si volesse mantenere per forza in un mondo artificiale, privato, che cominciava a divenirmi odioso. Con stizza ne ho rigettato le forme, le usanze, le convenzioni, il costume. Per me si trattava di ben altro che della “talare”.
Non volevo più nessun segno distintivo di una “identità” che non sentivo, che non era riconosciuta, che non apparteneva né a me né agli altri.
Persino nel ministero liturgico non volevo più “distinguermi”. Come la talare, anche il camice, la stola, la pianeta mi pesavano. Così pure tutto ciò che nella celebrazione dell’eucarestia mi metteva in rilievo. Perché distribuire io stesso la comunione? Perché fare io stesso l’omelia? Perché riservarmi la consacrazione? Ma tornava ricorrente la domanda: e allora cosa resterà di me sacerdote? Ero alla ricerca della mia vera identità ma di fatto ero pericolosamente vicino al fallimento della ricerca rischiando di concludere nel disorientamento completo.

In fondo era la Chiesa che mi pesava. Non la Chiesa come realtà mistica alla quale mi sentivo di appartenere come tutti gli altri, ma la Chiesa come quadro istituzionale in cui avevo un posto a parte, un settore determinato, con i suoi usi, i suoi diritti, i suoi doveri. Mi pesava la Chiesa in quanto “clero”. Sentivo bisogno di “declericalizzarmi’. Le mie relazioni con gli altri sacerdoti e con il vescovo, perché dovevano essere diverse da quelle che avevo con ogni altro uomo? Perché parlare di obblighi di obbedienza, di dipendenza. di speciale comunione? Cosa c’entrava tutto questo con la soluzione del mio problema di “identità”?

Ho riflettuto e sofferto tanto, mi sono anche consigliato con persone sagge, ma sono tuttora nel disorientamento. E come se mi mancasse il parametro giusto, un punto di partenza perfettamente stabile al quale collegare ogni successivo ragionamento, ogni ipotesi di decisione. Nel fondo della mia crisi ho avuto come un barlume di luce quando mi è parso che nessuna ricerca circa l’ “identità” sacerdotale possa essere concepibile se non partendo dai criteri e dalla sensibilità della fede. Ma a quel punto, cosa può fare un uomo stremato di forze, un sacerdote che ha perduto la sensibilità della fede?