La mancanza di maturità interiore spinge la persona ad "evadere" dopo una storia di compromessi.

Vi mando volentieri questa testimonianza. Vi prego credere che non sono un sadico che trova piacere nel descrivere l’itinerario di una crisi nerissima né intendo sfogarmi scaricando accuse. Mi auguro solo che questo mi serva come sfogo terapeutico e se poi riuscirà a far riflettere qualcuno, tanto meglio!
So che la formazione nella vita di un futuro sacerdote non va sopravvalutata, perché non immunizza di fronte agli scrolloni della vita e perché non può confermare in maturità il futuro di una persona. Nella mia crisi, per esempio, devo riconoscere la presenza di cause e circostanze che riguardano la mia personale responsabilità più che la responsabilità dei miei formatori o superiori di un tempo.
Tuttavia mi sembra che il problema della mia fedeltà, della mia perseveranza sia esploso perché strettamente legato anche alle lacune di metodo e di contenuti della formazione che mi fu proposta.
Oggi ho trentasei anni, sono sacerdote da dieci, sono in crisi da tre.

Non mi ritengo una vittima del reclutamento selvaggio vocazionale, non mi sento uno che si trova a vivere oggi una vocazione mai posseduta. Mi sento chiamato ma non mi trovo "formato".
A diciassette anni iniziai l’iter formativo e praticamente si dava per scontato che fossi già maturo come persona. Solo oggi vedo con estrema chiarezza che avrei dovuto essere aiutato giorno dopo giorno a individuare le aree della mia personalità che necessitavano di crescita.
Ho pagato molto caro la mancanza di guida in un impegno così decisivo. Continuo ancor oggi, a trentasei anni, a “pagare” perché solo ora sto iniziando a sforzarmi di assimilare giorno dopo giorno i valori e le motivazioni che possono sorreggere autenticamente una vita sacerdotale. Perché non sono stato aiutato? Chi doveva aiutarmi? Di quanto aiuto avrei avuto bisogno per diventare una persona?
Ho ricevuto una formazione fatta di cose “conosciute” e non di valori “vissuti”, fatta di convivenza tra estranei e non di relazioni interpersonali profonde; ho ricevuto una formazione ai comportamenti e ai ruoli, non una iniziazione progressiva e costante alla maturità della persona. Oggi soffro come un inganno (certamente non voluto) il fatto di esser stato formato in prospettiva prevalentemente funzionale anziché profondamente esistenziale. Oggi mi sembra chiaro individuare soprattutto in questo ambito alcune radici nefaste della mia fragilità, della mia superficialità, delle mie colpevoli ma forse inevitabili evasioni.
Nessuna meraviglia se sono giunto alla consacrazione sacerdotale con una sufficiente preparazione culturale ma con scarsa maturità personale e teologale. Non ho difficoltà ad ammetterlo: ero un buon teologo ma un molto mediocre cristiano.
Non ho mai sperimentato la meravigliosa seduzione con la quale Cristo dilata e pervade il cuore dell’uomo e lo consacra a sé perché penso che quel dono possa essere sperimentato e gustato solo da chi è veramente persona. Chi è stato capace di risvegliare in me il senso della appartenenza assoluta al Dio che mi chiamava? Chi mi ha introdotto nell’innamoramento per Gesù come esclusivo Signore della mia esistenza? Chi mi ha fatto gustare l’ebbrezza spirituale di servire la Chiesa con cuore non diviso da altri amori? In una parola, chi mi ha aiutato a divenire cristiano “dentro”, nella mia più profonda intimità?
Se mi chiedo cosa ha reso così fragile la mia perseveranza mi viene voglia di rispondere subito "le mie colpe". Se però scavo un poco più in profondità allora rispondo "le mie colpe e la mancanza di un serio processo di maturità".