• perchè i grandi movimenti del nostro tempo non vedono i sacerdoti in prima linea?
• perchè i sacerdoti sembrano estranei ai fermenti più veri della storia ?

Potrò sembrare una pecora nera ma alla radice della mia crisi sacerdotale non ritrovo le motivazioni descritte nelle testimonianze dal vivo che avete pubblicato.

La mia formazione umana e spirituale ha ricevuto gli apporti sufficienti perché divenissi "persona" e ministro di Dio. Il celibato per me non è mai stato un grande problema: sono contento di pagare il prezzo di una certa solitudine per vivere un amore universale. E poi, nella preghiera il mio cuore si è sempre sentito in ottima compagnia!
Il mio dramma invece è che mi sono scoperto incompetente nei problemi dell’uomo, inesperto in umanità. Formato ad essere esperto in cose invisibili mi sono ritrovato esperto in astrazioni. Sinceramente amante dei fondamenti evangelici della vita, desideroso di annunciarli ai fratelli ai quali Dio mi mandava, quanta difficoltà ho sperimentato nell’abbandonare la sicurezza degli assiomi astratti e nel cercare un linguaggio vero e le piste concrete per comunicare realmente.

Con la consacrazione a sacerdote il vescovo mi ha abilitato a vivere una missione in mezzo alla realtà di questo mondo, a parlare al "cuore" degli uomini. Ben presto mi è cresciuto dentro l’anima un complesso. Quanto più cercavo di comunicare con l’uomo tanto più si dilatava in me il complesso dell’estraneo, di chi non appartiene a nessuna società, di chi è stato sistemato sul poggiolo e può solo osservare la vita che scorre giù sulla strada, senza saper scendere veramente tra la gente. Dal mio mondo, ricco di teologia ma povero di esperienza, ricco di preghiera e di sacramenti ma povero di relazioni umane profonde, ricco anche di coraggio e di fede ma povero di conoscenza dei problemi del mio gregge, ricco di sicurezze e di giudizi ma povero di senso dell’uomo e della storia come avrei potuto entrare in contatto - non dico "recare la salvezza" - con chi in fondo sembrava così vivo e così diverso da me?

Il colpo di grazia l’ho avuto quando mi sono accorto di essere sintonizzato sulle frequenze del passato, quando alle reazioni dei miei fedeli (veramente fedeli, a questo punto) ho capito che parlavo e annunciavo realtà bellissime con un linguaggio ed un’enfasi scomparsi da secoli. E stata una grossa sofferenza per la mia sensibilità, mi è venuto addosso un senso pungente di superficialità, di inutilità.
È iniziata una specie dì paralisi degli entusiasmi migliori e delle stesse certezze.
Poter rendere presente il Figlio di Dio, poterlo persino regalare a chi lo vuole e non avere nella mente e sulle labbra la capacità di un annuncio che interessi, che coinvolga. Poter liberare gli uomini dal peccato, poterli aiutare a vivere nella verità e nella pace e sentirsi dire: "ma lei, in che mondo vive?", é stato un duro colpo. Dopo anni di sincero impegno per il vangelo ero sul punto di scegliere la latitanza, l’evasione, l’abbandono.

Ora mi trovo impegnato in una lunga parentesi di vita. Non voglio rientrare con violenza in un mondo che spesse volte esclude il prete. Desidero prepararmi per riprendere un dialogo diverso con gli uomini veri che incontrerò. Desidero conoscere meglio e dal di dentro i problemi umani che interrogano me ed il Vangelo, libero dalla presunzione arrogante di sapere tutto perché sono prete. A me non interessa contare di fronte alla gente: io desidero servire. Per questo cerco di acquisire gli atteggiamenti mentali dell’umiltà, dell’ascolto delle lezioni che vengono da ogni uomo. Cerco di amare la realtà delle persone. Il Signore mi farà dono di un po’ di esperienza in umanità.
Anche se evito l’alibi comune a noi sacerdoti (quello di mettere in stato d’accusa l’uomo di oggi) ogni giorno mi domando: ma perché mi manca la conoscenza, la stima per il volto reale dei miei fratelli?
Ecco perché sto camminando verso Dio che "viene sempre" e per vie sempre nuove.
Questa volta lo voglio trovare al di dentro delle pieghe della storia degli uomini che incontrerò, al di dentro del loro vuoto, della loro sazietà delusa. Non sono un cultore del tormento interiore. La mia fede è la speranza. Però come potrei restarmene tranquillo di fronte all’angoscia quotidiana dei miei fratelli?
Vorrei divenire un sacerdote costruttore di umanità, capace di lanciare segnali forti e provocatori sulle frequenze della vita.
Vorrei lasciare il pulpito, la cattedra per camminare tra la gente e nelle contraddizioni travagliate della storia di ognuno rivelare l’Amore che ci sovrasta. Per essere utile a tutti vorrei essere sempre me stesso ma sempre nuovo, vero ed in sintonia con le persone che si devono cibare di Dio.
Mi manca il modo nuovo, mi mancano i modelli nuovi di essere prete, la fisionomia precisa della mia presenza nel mondo.
Questo ha messo in questione la mia stessa fedeltà. Non ho paura di essere respinto, ma mi tormenta la mia impreparazione ad incontrare le persone nelle loro vere attese, nelle loro case.