Solo Dio conosce quello che c’è nel cuore di un uomo. Solo Dio lo sa. Nessun altro. Non l’interessato. Non i suoi amici. Non quelli che pensano male di lui. Non la Chiesa. Non i superiori. Non i parenti.
Defezione sta per abbandono, per diserzione. Ha la stessa radice di altri termini: deficiente (mancante nella qualità o nella quantità), defettibile (che può cadere in difetto), defezionare (lasciare un gruppo), deficienza (scarsità, mancanza, lacuna), deficit (eccedenza del passivo sull’attivo), difetto (non essere sufficiente).
Scelta di coscienza indica la serietà, l’impegno nella ricerca, il gusto o il desiderio della verità, la sofferenza perché lasci o la gioia perché trovi. E forse, l’uno e l’altro insieme. Se ho evidenti prove contrarie, io devo supporre che ogni decisione presa da un adulto sia scelta di coscienza e non defezione.
Fin qui il vocabolario. Non è facile rispettare il vocabolario. Ancora meno facile è il rispetto della persona.

Al suo posto, io ...
Siamo tutti giudici. Vorremmo che l’altro facesse come noi riteniamo giusto. ‘Al suo posto, io ‘. Stai zitto: al suo posto, tu non sai cosa faresti. Perché non sai cosa lui sta provando, non conosci l’intimo tormento di dover fare quella scelta, non hai idea di cosa sia l’inquietudine di dire un no che cambia il sì di quel giorno, non puoi renderti conto quanto grande sia la fatica di incominciare a percorrere una strada nuova.
Indicato a dito. O evitato come i lebbrosi, O guardato in un clima di silenzio, più eloquente di mille discorsi. Compianto, commiserato, giudicato, cioè non amato.
Tanto sconosciuto il tuo animo  mentre eri nel ministero, quanto sconosciuto il tuo animo adesso, mentre lasci il ministero. 

Elefanti che ballano su vasi di argilla
Sovente, con il fratello sofferente (non importa se per colpa o per fragilità) siamo come gli elefanti che camminano sui vasi di argilla. Senza guardare dove mettiamo i piedi, senza pensare le parole che diciamo, senza preoccuparci se nel suo animo ci sono ferite profonde.
Le riunioni (del clero o dei laici) fanno sempre prevalere il calendario, le cose da fare, le attività, la programmazione pastorale. Cose importanti. Anzi, necessarie.
Così si parla sempre di altro. E si diventa incapaci di parlare con l’altro.
Prima viene altro. Prima viene l’altro. Prima ci sei tu e ci sono io. Le nostre vicende sono simili quanto a dinamiche, problemi, fatiche, tentazioni, scivoloni.
Entrambi siamo vasi d’argilla che contengono un tesoro prezioso. Fragili, basta poco per andare in frantumi.
Il prete è un solo. Perché il Maestro prima mi ha separato, poi mi ha fatto stare con Lui, poi mi ha mandato a camminare con la comunità. Con voi cristiano, per voi prete. Duplice gioia, ma anche duplice fardello.

I silenzi del prete
Il prete non ha il coraggio per parlare di sé e dei suoi problemi, eppure dovrebbe. Il prete ha paura di essere giudicato, non capito, non amato. E sovente tace i problemi affettivi o sessuali. Tace i problemi che nascono nel suo rapporto con l’autorità o con i fratelli. Tace sulle frustrazioni che nascono dalle fatiche pastorali. Spende tutte le sue energie, sovente non capito né corrisposto.
Tace sulle croci che porta dentro, sue e dei fratelli. Tace sui suoi ritardi personali. Tace sulle piccinerie e sulle gelosie della comunità. Tace sulle domande che si pone di fronte al dolore e alla morte. Tace sulle ‘sconfitte’ di Dio che sembra non affascinare più nessuno.
Tace sul celibato, segno della sua identità più intima. Segno che nessuno o pochi guardano. Tace (se parla non è ascoltato) sulla sua missione di guida della comunità: tutti (in alto o attorno) ti dicono: «dovresti... ».
Tace sui ritmi bestiali della sua vita, senza orari, anche se ti sforzi di mettere ordine nel tuo orario. Tace sui salti mortali che deve fare quando programma un ritiro o un campo estivo: devi cercare preti perché dicano messa, oppure prepararti a correre su e giù dai monti. Tace il prete sulle ‘battute’ che sente: non ti trovo mai, sei sempre in giro.
Tace, dopo avere fatto cinque o sei campi estivi con i ragazzi ed i giovani, quando gli dicono: hai fatto buone vacanze?
Tace su queste e su altre cose, il prete.

Una chitarra che risuona
Il prete tace. E sbaglia a tacere Sbaglia a non raccontarsi. Sbaglia a non confidare ad un confratello o ad un amico le fatiche interiori. Sbaglia, perché il suo cuore è come una chitarra, appena tocchi una corda, il suono viene amplificato. Quanti problemi e fatiche in meno se ci fosse il coraggio di parlare ad un amico, prete o laico.
Di silenzio in silenzio, il tuo cuore diventa pesante, il sassolino si trasforma in macigno, la palla di neve in valanga.
Non tacere, fratello, non tacere.
Già, perché tace un prete? In parte per causa sua, in parte perché non è abituato al dialogo. Questa motivazione, da sola, non spiega i silenzi del prete.
Quale accoglienza può trovare la mia confidenza negli altri confratelli?

Affetto, sempre affetto, solo affetto
Quanti giudizi, mio Dio, quanti giudici.
E’ urgente, per vincere l’omertà del prete, riscoprire l’affetto per il prete. Ricoprire di affetto il prete. Stargli assieme. Andarlo a trovare. Parlare sempre bene di lui, sia in sua presenza, sia in sua assenza. Trattarlo con delicatezza e con garbo. Evidenziare i suoi lati positivi. Giustificare le sue scelte sbagliate: sì, ‘giustificare’. E una parola del nostro vocabolario: Cristo ci giustifica. Giustificare, significa cercare le attenuanti e non le aggravanti.
Non è facile. Non è nemmeno difficile: lui sono io. Ama, come te stesso. Quello che farete agli altri lo avete fatto a me. Trattarlo da Dio. Amarlo con tutte le nostre forze.
L’amore per il prete ha bisogno di gesti: una telefonata, una domanda che dice quanto sei importante per me, un saluto cordiale (il cordiale rianima). Sempre affetto. Solo affetto. In ogni caso affetto. Se sente affetto, il prete si scioglie come neve al sole. L’affetto diventa condivisione della fatica, ricerca fatta insieme, sofferenza tua che diventa mia.