Un sacerdote nostro amico ci offre questa testimonianza. Ripercorrendo per noi la strada della sua crisi ci ha voluto confidare i significati più profondi, i risvolti più sofferti di un difficile passaggio della sua vita.
Questa testimonianza non pretende di rappresentare tutte le situazioni di crisi. E’ un dono, perché è manifestazione sincera di ciò che un sacerdote ha vissuto, di ciò che ha sofferto.

Ti senti di parlare della tua esperienza, in maniera che possa servire ad altri?
Faccio un po’ fatica ma desidero farlo perché spero proprio che possa essere utile a qualcuno. Sono convinto che la mia crisi (che in realtà era un fascio di molti problemi) sia stata per me un momento di grazia, come una seconda chiamata di Dio. Ho stentato un po’ ad accettare questa verità, ma credo che questa sia la giusta interpretazione. Invito i sacerdoti che hanno problemi simili ai miei ad esaminare e riflettere profondamente sulle proprie crisi: si accorgerebbero quanto in realtà esse siano richiami, indicazioni, provocazioni e scrolloni di Dio. Per me è stato così e quando l’ho capito mi sono crollati molti alibi e molte scuse.
Esiste un problema che investe tutti i sacerdoti in crisi, indistintamente?
Credo proprio di sì, se analizzo la mia esperienza e le testimonianze di altri amici. Il problema sta nel peso della nostra umana debolezza. Anche se il Signore illumina il cammino e aiuta veramente, è assai faticoso riconoscere, accettare di essere il pover’uomo, il miserabile sacerdote di sempre. Dentro di me non è ancora scomparso il “barbone”, l’accattone che tu avresti faticato a riconoscere in stazione a Milano tre anni fa. Il mio problema di fondo è che quel «barbone» guarisca. I sacerdoti feriti hanno bisogno di un supplemento di equilibrio, di un aumento di speranza, di volontà e di una nuova coscienza. Sino a quando Dio non si muove e non risana le ferite profonde dell’anima, noi rimaniamo i miserabili di sempre. Perché, e io ne ho fatto l’esperienza, è soltanto Dio che ci può salvare “per sua sola grazia”.
Ma la fiducia nelle risorse dell’uomo dove va a finire?
Quando tu non hai più fiducia in te stesso, non hai più voglia di pregare, quando la debolezza o le colpe, o i legami diventano una prigione, quando ad esempio hai abbandonato la confessione sacramentale da anni, chi può capovolgere la situazione? Voi aiutate il sacerdote con mille servizi, con lodevoli iniziative. Ma il vostro più importante merito, secondo me sta soprattutto nel fatto che fate pregare continuamente tanti monasteri affinché ottengano da Dio ciò che solo Lui può dare gratis: una infusione di Spirito più efficace, un’illuminazione più efficace, una perseveranza più efficace. Senza un intervento di Dio che sia veramente efficace e continuo, cosa può fare un povero sacerdote in crisi? La salvezza non viene direttamente dall’uomo. L’uomo da solo è spacciato. Io ne ho fatto esperienza.
Se tu potessi tornare indietro cosa faresti per evitare la crisi?
Evitare la crisi? E se le crisi fossero inevitabili? Solo le colpe sono evitabili. Se esamino la mia esperienza, non riesco a capire bene se Dio ha soltanto permesso le mie crisi oppure le ha volute per il mio bene. Io stesso qualche volta gli dicevo: “Signore, fammi toccare il fondo!”. Quanto realismo, quanti messaggi, quanti germi positivi sono fioriti dalla mia crisi! Comunque, se potessi tornare indietro curerei molto di più le mie convinzioni sulla straordinaria dignità del sacerdozio e sul fatto che solo Dio è il Signore della vita. Mi impegnerei molto di più nell’« innamorarmi di Cristo» e in un cammino di formazione che mi aiutasse a divenire più maturo, più completo e più vero.
E la donna?
Il mio è stato un problema affettivo, devo anzi dire che quel problema esiste ancora, anche se ora lo vivo in maniera diversa.
Chiudere per sempre il dialogo con una persona dalla quale hai ricevuto amore sincero e ogni servizio non mi pare giusto. Una donna è stata l’unica ad avere pietà di me.
Una vigilia di Natale, nelle nebbie di Milano ero terribilmente solo e avevo difficoltà anche a procurarmi un panino dagli amici di un tempo. Mi sembrava che tutto e tutti mi avessero abbandonato e proprio quando stavo per arrendermi lei mi ha parlato e mi ha accolto nella casa dei suoi chiedendo per me comprensione e affetto. Ora il mio problema è questo: voglio tornare definitivamente ed esclusivamente a Dio, ma non voglio mancare di giustizia, di carità, di riconoscenza  verso di lei.
Se guardo dentro di me dico che sto soffrendo un problema profondo di giustizia, di equilibri della carità. Da quando ho ripreso a pregare sento che il carattere sacerdotale in me è come una forza che prende sempre più vigore, che riempie la mia vita. Sento che devo fare la mia scelta definitiva di ritorno al servizio dei fratelli, sento che questo dovrà essere un ritorno esclusivo. La mia fedeltà a Dio non costerà grandi sacrifici per me, ma sicuramente li costerà per lei che ora si è affezionata a me, dopo avermi raccolto disperato e avermi ridato fiducia nella vita. Se posso usare un paradosso, vorrei dire che non solo io ma Dio stesso dovrebbe essere riconoscente a quella donna che ha evitato alla mia esistenza il naufragio e ha reso possibile questo mio ritorno alla Chiesa.
Allora, dovremmo avere un rispetto più evangelico nei confronti della donna che talvolta si pone accanto al sacerdote?
Molte volte accanto a un sacerdote in crisi ha vissuto o vive ancora una donna, con i suoi doni, con le sue debolezze. A volte questa creatura è entrata nella vita del ministro di Dio senza l’intenzione di indurre in difficoltà; ella non conosceva neppure l’esclusività della consacrazione di lui all’unico amore, Cristo e all’unica sposa, la Chiesa. A volte questa creatura ha espresso amore e servizio sincero al sacerdote, nei momenti particolarmente difficili della solitudine, dello smarrimento, del male. A volte questa creatura ignorava di contendere a un Dio geloso, un uomo predestinato e consacrato al servizio degli uomini «fin dal grembo materno». E’ difficile discernere nel groviglio delle intenzioni e delle debolezze delle creature. Per questo motivo Gesù, Sapienza divina, ci ordina: «Non giudicate - Non condannate».