Se è vero che la vostra accoglienza è francescanamente incondizionata, vi sentite di pubblicare anche questa "mia testimonianza"? Sono tornato, volentieri e convinto, al ministero e alla vita sacerdotale, però molte mie idee sono ancora quelle di quando ero in crisi ... .

Bisogna ancora spezzare le 'catene'.
Il dominio più totale e assoluto, nei confronti di una persona, è quello di coloro che dichiarano di comandare-servire per conto di Dio e che, pertanto, esigono obbedienza incondizionata. Ma questi "servi di Dio", quanto conoscono e rispettano il mistero, le profondità, le situazioni interiori della persona che hanno davanti? Quanto stanno applicando certezze e principi prescindendo dalla condizione reale e storica, del singolo vivente?
Mi si chiedeva di partecipare al martirio di Cristo, fatto di definitivo dono di me e di abnegazione a favore della Comunità. Ma come potevo stare sulla Croce se la mia formazione spirituale, a ventinove anni, era quella di un chierichetto di campagna e non quella di un alter Christus?

L’incapacità di avere una mia propria volontà (o forse la mancata autorizzazione ad averla), già in seminario aveva assunto in me forme interiori drammatiche. Anche le limitazioni ufficiali dei contatti umani avevano impedito i processi maturativi della capacità e della autonomia affettiva. Sentivo che "lasciare le cose ... come stavano" non era una formula vitale. Ma non avevo alternative a quella crescita spersonalizzata. Presero spazio dentro di me motivazioni non autentiche e scelte di quieto vivere e di ambiguità, se non di ipocrisia. Già da allora percepivo che qualcuno avrebbe dovuto aiutarmi a sciogliere le catene interiori che mi condizionavano fin dall’infanzia e che continuavano a dominare la mia vita di prete.
Finalmente ho trovato una liberazione interiore che apre gli orizzonti al mio cuore e dà alla mia persona la soavità dell’agire. Finalmente sento che in me c’è un’allegria autentica e semplice. Non quella ridanciana, che nascondeva situazioni intime di disperazione, gioia innaturale e tutt’altro che libera, vissuta come un dovere da adempiere, una maschera da portare. Facevo lo showman ricco di spirito, ero l’anima della compagnia, ma ciò che mi portavo dentro era tristezza e non senso.

Saper 'ascoltare' le ferite.
Un passo sostanziale che dovreste proporre ai vostri Amici è quello di prestare ascolto alle voci che emergono dalle ferite della Chiesa.
Ci si ferma alle dimensioni numeriche e all’individuazione delle cause o circostanze abituali, di ordine generale. Si dà spazio alla casistica ed anche al pettegolezzo, ma si presta pochissimo ascolto ai messaggi importanti che giungono da ogni singola situazione personale dei preti in difficoltà. Abbiamo forse paura di guardare le cose con senso di comprensione e di amore individuale? O ci spaventa la nostra grettezza nell’amare? O preferiamo abdicare, paralizzati dalla nostra umana impotenza?
È ottima cosa puntare lo sguardo sul rinnovamento della formazione, iniziale e permanente, ma è anche necessario non massificare le esperienze individuali, così diverse e complesse, così ricche di indicazioni. I Documenti della Chiesa sul tema della formazione dei sacerdoti sono, da tempo, "perfetti". Difficilmente potresti aggiungere qualcosa di sostanziale. Ma come si spiega, d’altra parte, che il fenomeno delle crisi è tuttora diffuso e virulento e, non di rado, si esprime in forme e drammaticità nuove? Si è forse attenuato il fenomeno della "doppia vita"? o della corsa alla carriera? Come ignorare il diffondersi di fenomeni "occulti" di compromissione con il male?

L’amore è autentico quando è fatto di ascolto sincero, di empatia e voglia di imparare. All’origine del benessere degli altri sta, molte volte, la nostra capacità di ascolto della realtà, le disponibilità ad ammettere, e la volontà di comprendere per aiutare meglio. Senza ascolto autentico non si dà vera comunione né evangelico servizio, né rinnovamento.