Esco dalla mia baracca di mendicante. Sono io il prete accattone di cui ti ha parlato Suor Teresa, uno dì quelli che raccolgono i cartoni e mangiano i rifiuti dei ristoranti. Oggi è giornata di sole e mi sento in vena di scriverti. Sopra la mia testa, sull’autostrada passano le auto per Ventimiglia. Mi piace starmene al sole di novembre per intiepidirmi le ossa. Sì, mi va dì scriverti, anche se forse ti farò del male.

La mia vita di uomo e di sacerdote è stata una vita bruciata velocemente, una vita forse sprecata, forse senza senso. E tu vuoi sapere il perché?
Me lo domando sovente anch’io, in questa mia "casa" sotto il ponte dell’autostrada dove ho stabilito la mia fissa dimora tra i cartoni, qualche lamiera, un materasso sulla branda scassata, un bidone dell’acqua, poche altre cose e un solo libro: le Confessioni di un grande sbandato, s. Agostino. Me lo domando quando mi alzo e quando vado a dormire. Su quel materasso.
Mi rispondo che la mia vita non ha avuto senso perché nessuno mi ha insegnato ad amare a pieni polmoni. Nessuno mi ha insegnato a spalancare il cuore nel voler bene senza paura. Nessuno mai mi ha detto: lascia spazio ai tuoi sentimenti, non soffocare la tua affettività, bevi la vita a piene sorsate. Ero un uomo nato per essere equilibrato e libero nell’affetto verso tutti, specialmente verso gli alberi, gli animali, i bambini, i sofferenti. Avevo scelto la vita del sacerdote per essere maggiormente me stesso nell’amore, un po’ come Dio. Ma il Vescovo e tutto il Capitolo mi dicevano sempre: attento, figliolo, attento ai sentimenti! L’amore era la mia fede, era ciò in cui credevo. Ho provato a voler bene, sinceramente senza ambiguità, ma non sono stato incoraggiato, non sono stato capito. Ogni volta che esprimevo la mia vera identità, che comunicavo non solo a parole ma anche con il calore dei sentimenti, ogni volta che cercavo di instaurare una relazione profonda con altri e con i loro problemi, con gli amici, con gli uomini, con le donne, con le famiglie, mi si diceva: attento, figliolo! Ma attento a che cosa?
Non riuscivo a condividere quello strano modo di voler bene di molti preti, un pò formale, un pò di mestiere, sempre timoroso, sempre così distaccato. Un voler bene in difesa e con lo scudo imbracciato. Un amore privo di semplicità, di umanità, di immediatezza e di trasparenza.
Ho avuto paura di inaridire e ho lasciato, con un colpo di testa ma a mente lucida, ho smesso di fare il vice parroco ed eccomi qua: nel villino del prete accattone, via dei cartoni, numero uno. Ho deciso di amare i barboni, i mendicanti, anche se puzzano e anche se hanno i pidocchi: almeno con loro potrò vivere i sentimenti veri. Ho deciso di vivere come loro e di morire come loro, pagando il prezzo dell’amore puro.

Cosa faccio durante il giorno? Vado in cerca dei barboni che stanno peggio di me e sto con la loro solitudine e i loro discorsi sconclusionati pieni di illusioni. Assieme a qualcuno di loro cerco di mangiare (senza però rubare dalle bancarelle), mi metto a raccogliere carta e cartoni per le strade, specialmente durante la notte, quando si spengono le luci delle finestre e ci si sente soli nelle strade diventate nostre e di qualche cane bastardo. I pochi soldi che ricavo mi servono per sopravvivere e per regalare ai miei amici qualche sigaretta o un bicchiere di vino. Molte volte mi domando: E' questa la mia evangelizzazione? Non so. Comunque mi sembra che Dio sia con me.
L’altro giorno avevo fame, forse più del solito e sono andato a chiedere carità dalle suore della scuola materna. Quel "materna" mi incoraggiava. La portinaia mi ha squadrato da dietro il cancello poi ha tagliato corto "la Superiora non c’è". Ho capito che mi considerava il solito rompiscatole. Mi ha dato comunque un panino dicendomi che era venerdì e che anche loro tutte facevano digiuno, proprio tutte. Mi sono chiesto perché devo fare digiuno anch’io? Mentre divoravo il panino pensavo con dispiacere a quella brutta frase di Voltaire: si uniscono senza conoscersi, vivono senza amarsi, muoiono senza rimpiangersi. Spero proprio non sia così.
Mi piace essere accattone. Mi piace perché incontro Dio ad ogni passo. Quando alla mattina mi ritrovo vivo, nonostante il freddo e l’umido della baracca; quando mi incammino a cercare i barboni, incontro Lui nelle loro storie, nella loro fede, e nelle loro bestemmie. Mi sento nella pace, quando una bambina mi viene incontro, mandata dalla mamma, e mi offre i suoi occhi e una moneta. L’ho incontrato una notte quando ho assistito alla morte di un mio amico, sugli scalini del duomo, piangendo ho affidato a Dio la sua morte e la sua anima dopo avergli perdonato tutti i peccati. L’ho incontrato quando Tonino, l’ubriaco perenne, cantava stonando "noi vogliam Dio" e in realtà cantava l'unica angosciata volontà di tutti gli uomini.

Mi presenterò a Dio così come sono in verità, un accattone in cerca di amore, gli tenderò la mano e gli chiederò con fiducia l’elemosina del suo Paradiso. D’accordo, non avrò la stola, ma mi riconoscerà lo stesso, con la barba lunga e tanta, tanta fame. Mi chiederà: come hai fatto ad arrivare fin qui? Sono certo mi capirà.
Ti capisco, caro amico, questo non è il modo di vivere il mio sacerdozio. Però mi sembra di vivere come Gesù prima che consumasse il sacrificio. Anche lui non diceva Messa quando mangiava con i pubblicani e le prostitute, eppure era sacerdote con loro. E credo che facesse così perché loro, e non i farisei, gli permettevano di vivere il sacerdozio fondamentale che è l’amore, la vita dei sentimenti semplici che sono sempre grazia.

Ti prego di non mandarmi niente. Sono un prete accattone ma non ho bisogno quasi di niente. Vorrei soltanto da te un regalo. Che mi dicessi se i miei confratelli nel sacerdozio mi amano ancora, se mi pensano, se per loro sono ancora vivo. Se non mi vuoi rispondere non sentirti in imbarazzo, caro amico.