Natale è una grande festa, in terra e in cielo, ma non per me. Tutti questi canti di pastori e di angeli mi riconducono inesorabilmente dinanzi a una culla dove in vece di Gesù vedo me stesso.
Oggi, a trentadue anni, guardo all’indietro la mia vita e mi dico che sarebbe stato meglio se non fossi mai nato. Che senso ha una vita di sofferenze ingiuste come la mia?

Quando sono nato, mia madre non mi accettò o mi accettò male. Voleva una bambina e non un maschietto. Vi potrà sembrare strano, ma è vero: quasi fino a sei anni amava vestirmi da bambina, pettinarmi da bambina, parlarmi da bambina. Se mi parlava al maschile era per dirmi, magari davanti allo specchio: "non vedi come sei brutto?". Talvolta pronunciava persino il mio nome proprio al femminile. Giocava? Faceva forse la prova per vedere se con simili pressioni, riusciva a farmi cambiare sesso?

Sta di fatto che la mia persona ne ha riportato uno squilibrio e un’angoscia così profondi che temo siano irreversibili. Mi son trovato a vivere tutta una vita, con incredibili difficoltà, come una persona mai nata veramente perchè mai amata alla radice e sempre privata di una identità affettiva e sessuale. I giochi tra bambini? Mia madre faceva di tutto perchè giocassi con bambine della mia età o a fare la cucina o alla bella lavanderina. Ben presto cominciai a conoscere l’angoscia, a tre, quattro anni ero già un esperto di dolore profondo.
Si determinarono in me due conseguenze inevitabili. Quella di rifiutare inconsciamente mia madre e quella di detestare ogni figura femminile. Ancor oggi la donna mi fa ribrezzo, non paura. Ma nessuno può immaginare quanto sia brutto questo sentimento in una persona che si rende conto che le donne sono i due terzi dell’umanità e la radice della vita. Le donne non mi dicono niente o se preferite, mi fanno pietà, perchè le vedo come delle creature fuori posto, inaccettabili in un mondo ordinato. La seconda conseguenza fu un acuto bisogno di protezione e di rifugio nell’amicizia maschile. Un bisogno esasperato, disperato, di qualcuno con cui confrontarmi, con cui ricuperare un’altra identità.
Poi mia madre ebbe finalmente una bambina, la sorellina che anche io sognavo, non come compagna di giochi innocenti e maturativi, ma piuttosto come colei che mi avrebbe liberato da un incubo. A dieci anni mi sentii fare da mia madre la proposta di entrare in seminario per continuare gli studi, ove riuscivo molto bene. Accettai subito credendo che per me significasse una liberazione.
Iniziò così per me un lungo capitolo di angoscia, dapprima inconscia poi sempre più consapevole e delineata nelle sue radici. Mia madre ed i rettori del seminario dicevano che sarei stato un ottimo sacerdote. Del resto chi era più "chiamato" di me? Mi presentavo silenzioso, delicato, attento ai compagni, studioso, distaccato nei confronti della famiglia e delle ragazze. Anzi, spinto dall’ansia di non franare, per un lungo periodo mi corazzai dentro un rigorismo morale e un ascetismo radicale che mi facevano apparire dotato di qualità che in realtà non possedevo.
Ma ero bravo soltanto a fingere, a nascondere sbandate e a nascondere la mia mancata identità. Ad un certo punto non ne potei proprio più, mi sentivo morire. Non mi sentivo né un uomo né tantomeno un chiamato. Ero come un moribondo in cerca di vita. Mi feci coraggio e mi rivolsi al Rettore il quale mi fece parlare con il Vescovo. "Questo, sai, è un argomento per il quale è bene parlare subito con Sua Eccellenza!".
Sua Eccellenza mi ascoltò. Non posso descrivere lo sforzo nel mettere finalmente a nudo la mia miseria, per quasi due ore. Mi ascoltò e mi disse: Vedi, queste sono situazioni delicate che esigono il più alto riserbo. E’ inutile andare in giro per medici e medicine. Ho qui delle pastiglie che hanno fatto molto bene a don ipsilon. Ti consiglio di prenderle anche tu, vedrai che ti faranno bene. Sai, figliolo, tu hai soltanto bisogno di serenità. Con l’aiuto del Signore, anche questa tentazione passerà. E mi raccomando, lontano dai pasti.
Non mi sentivo di fuggire, non mi sentivo chiamato, non mi sentivo me stesso, non sapevo cosa fare. Mi lasciai consacrare sacerdote da Sua Eccellenza. Mi aveva detto: fidati del tuo Vescovo, tu sei chiamato. Ed ecco il quarto elemento, quello più profondo e lancinante, della mia angoscia. Con il sacerdozio addosso, che contrastava fortemente con le mie pulsioni e la mia assenza di identità, in me sono esplose le contraddizioni più terribili, i conflitti più profondi e inaccettabili, i tentativi di evasione e di compensazione i più disperati.
"Ma non è più lui!", diceva Sua Eccellenza meravigliato. "Che peccato, prometteva così bene!" diceva il Capitolo dei Canonici. Ma non ci fu un solo canonico che cogliesse la vera origine di tanti mali, che capisse "come" dovevo essere aiutato. Dopo aver sbandato paurosamente per alcuni anni, dopo aver sofferto le violenze del male, dopo esser naufragato in un mare di dolore interiore, ho deciso di farla finita. Ho recitato un rosario a Maria (l’unica donna che sentivo incredibilmente vicina), mi sono sdraiato sul letto, ho preso il tubetto di barbiturici e mi sono lasciato morire. Finiva così un lungo capitolo di angoscia. Ma per fortuna la provvidenza in quel momento decise una continuazione perchè dalla camera di rianimazione sono arrivato tra voi. Dopo, è storia che voi già conoscete.
Ecco perchè, ogni volta che mi sento dire Buon Natale mi viene da rispondere: Buon Natale a me?! Era meglio che non nascessi! Del resto anche Gesù, pensando all’angoscia del suo amico forse più amato, disse: "era meglio se quell’uomo non fosse mai nato" (Mt 26,24). Proprio a questa frase mi aggrappai come ad una assoluzione, quando decisi di togliermi la vita. In quei momenti infernali, ricordo che pregai così: Signore, la mia vita non mi appartiene perchè non mi è mai appartenuta. Te la restituisco. Vedi tu, Signore della vita, cosa ne vuoi fare.
Ora sono qua, a camminare con voi. Ma che fatica vivere senza essere ancora nati!