Non è giusto dare per scontato che la responsabilità di ogni situazione difficile
è sempre e solo di chi la vive.

Nella mia esperienza di sacerdote incoerente ho vissuto in alcune comunità di accoglienza ed ho quindi conosciuto altri sacerdoti come me. Tra compagni ci si confida apertamente, anche perchè molte volte non si ha più nulla da perdere. Ebbene, dall’ascolto di tante voci, di tante esperienze sofferte ho tratto una conclusione: le colpe sono nostre ma la responsabilità non è stata solo nostra.
Ognuno di noi ha avuto gravi responsabilità tuttavia va scritto anche che queste non sono state le sole.
Alcuni fattori di crisi esistenziale e vocazionale, alcune responsabilità non propriamente personali che ricorrono troppo abitualmente nelle storie individuali di chi vive profondi disagi, di chi è tentato di abbandonare il sacerdozio sono imputabili alle comunità.

La massima parte di noi sacerdoti in difficoltà si accorge a 35 o 40 anni di non saper pregare, di non amare la preghiera. È il colmo, ma nessuno forse ci ha mai insegnato a pregare, se non in teoria. Troppo spesso la preghiera anzichè essere intimità vissuta con Dio era un dovere, attuato talvolta con minuziosità ma senza amore, senza passione. L’allenamento di un funzionario del culto. Quante nevrosi in meno e quanta maturità in più se qualcuno ci avesse insegnato, ci avesse coinvolto a pregare nel modo giusto.

Molti di noi sì ritrovano vittime di una educazione rigorista, moralizzatrice, asfittica, protratta per anni. Il peccato? Sempre trasgressione di una legge, mai mancanza di amore. La mistica della difesa dal demonio onnipresente fatta di solo timore ha atrofizzato parecchi cuori. In noi ha ingenerato una paura tremenda di Dio, una assurda distanza psicologica da Lui.
Educati nei seminari, volere o no si fu subito etichettati come futuri sacerdoti. Molti abbiamo vissuto l’evoluzione dell’adolescenza e della giovinezza in un solo senso, a tal punto che lo sviluppo dei valori umani ne è risultato arrestato o infranto in svariati ambiti dell’essere.

L’immaturità affettiva che oggi ci viene rimproverata era inevitabile. È vero, siamo rimasti ripiegati su noi stessi, egocentrici, in ricerca di una sicurezza affettiva. Avevamo assimilato perfettamente l’immagine del sacerdote ideale, quello che sa tutto, che esprime giudizi su tutto, che dirige, l’uomo senza debolezze, cittadino del cielo. Cosa ne abbiamo guadagnato? La realizzazione di non essere pronti a conoscere, ad affrontare i veri problemi della vita nel concreto umano. Quando ci siamo trovati in presenza di uomini e di donne reali e inseriti nelle situazioni concrete e differenti abbiamo sofferto lo shock del crollo della nostra immagine, della nostra pseudo identità. Non era vero che conoscevamo la realtà. La realtà non corrispondeva a ciò che avevamo imparato dai libri, dai maestri, dalle tradizioni. Questo shock ha messo in forse le nostre capacità, la nostra funzione, la stessa fede.
Brutalmente e progressivamente abbiamo preso coscienza della nostra debolezza. Il "sacerdos in aeternum", "l'alter Christus" si è trovato per terra, umanamente inconsistente se non in frantumi. Accettarsi come uomo fallibile, soggetto alle passioni di tutti senza troppe certezze: com’è difficile per chi ha studiato teologia e ha imparato a predicare! Chi cancellerà in noi gli intensi sentimenti di colpa derivanti più che dai peccati, da quella concezione idealizzata che ci allontanava dal mondo reale?

Chi di noi ha avuto una educazione psicologica sessuale esplicita, serena e adulta? In famiglia non se ne poteva parlare mai, in seminario il tema era tabù oppure materia capitale di confessione. Quanto alla donna, poi, chi l’ha mai vista e conosciuta? Non sono problemi solo individuali se a quarant’anni siamo incapaci di vivere con equilibrio la nostra identità maschile nella società e nella chiesa preferendo il narcisismo dell’adolescenza: non sono problemi solo individuali se non abbiamo mai scelto veramente tra matrimonio e celibato, e se questa scelta non ce la siamo vista neanche proporre con profondità, con serietà. Quanti di noi possono ritrovare le radici della propria crisi esistenziale in quei mancati rapporti di umanità, in queste gravi lacune formative!

Abituati ad affrontare gli argomenti umani prevalentemente in termini di morale o di metafisica, abbiamo sofferto non poco il fatto di essere quasi estranei ai nostri interlocutori e a ciò che dicevamo. Di qui la mancanza e il bisogno sofferto di relazioni interpersonali profonde. Quella solitudine interiore del sacerdote si è rivelata terribile.
Mancano quasi sempre amici veri. Ci avevano fatto capire che è molto difficile, se non impossibile trovarli tra i laici e che questi quasi mai accettano un sacerdote con problemi.
E oltre alla carenza di amici, come dimenticare le "assenze" umane dei direttori spirituali o di alcuni superiori, i deserti umani di alcune comunità?