Quando si parla di un sacerdote che ha problemi di identità si insiste sul fatto che, comunque sia, egli è stato consacrato. Ma mi volete dire: «Chi» dentro di noi fu consacrato?
Molti di noi, come "persone" non eravamo ancora nati al momento dell’ordinazione sacerdotale!
Quasi sempre, al di là delle apparenze noi preti in difficoltà siamo persone nelle quali non si è realizzata una sufficiente maturità ed armonia. La consacrazione sacerdotale è o non è un evento per cristiani adulti? In che senso, allora, si può parlare seriamente di nostra personale consacrazione? Molti di noi, come persone eravamo piuttosto un fascio di lacune sul piano della consistenza interiore, delle motivazioni autentiche, della capacità di relazione, della vita soprannaturale, eccetera.
Lo so bene che Dio non chiama al suo servizio soltanto gli uomini "perfetti" o comunque "equilibrati". Se così fosse, esisterebbero ben pochi sacerdoti! Ma qual è la maturità minima necessaria, umana e cristiana, grazie alla quale si può esser certi che una persona è da Dio prima chiamata e poi consacrata? 

Stando al parere degli analisti, alcuni di noi, non dovevano essere inoltrati alla vita sacerdotale perché esistevano controindicazioni precise a tale stato di vita. Ma oggi ormai, si dice, siamo stati consacrati. Domando: ma lo siamo veramente? Su quali elementi si fonda questa certezza che, per alcuni invece, potrebbe essere una dura imposizione? Di che cosa è fatta, in noi, la consacrazione? Che senso ha continuare ad esigere fedeltà e perseveranza da persone che, secondo prudente giudizio, non ne furono mai o non ne sono più capaci?
Il mio superiore mi ha detto che Dio consacra comunque e si impegna ad aiutare chiunque sia stato consacrato. Ma io che porto nella carne il dramma di una identità sfuocata e le lacune di un mancato processo di maturità ho diritto di pensare che si tratti di una spiegazione di comodo e un po’ miracolistica. Sinceramente mi domando: quali motivazioni oggettive e soggettive suggerivano quella affermazione?
Quali sono i segni esterni ed interni di una consacrazione certamente avvenuta? E quali quelli di una consacrazione certamente non avvenuta? Dinanzi al documento ufficiale e firmato dell’ordinazione sacerdotale, dinanzi alla parola rassicurante del vescovo o del superiore, dinanzi alla fede della propria madre, che valore hanno i criteri soggettivi quando sono di significato contrario?

Ho rilevato situazioni dolorose in quelli che si trovano aggregati nello stato sacerdotale ma che in verità non si sentivano chiamati. Però ho rilevato situazioni ancor più gravi in quelli che "dinanzi alla propria coscienza" non si sentivano più consacrati. Fino a che punto la consacrazione di un uomo è un problema dottrinale, giuridico, e da quale momento invece inizia ad essere un problema personale, esistenziale che come tale va affrontato e risolto? E seguendo quali criteri?
La teologia afferma che la consacrazione sacerdotale inizia in un momento preciso: l’imposizione delle mani. Da quel momento inizia pure un impegno di fedeltà irreversibile. Ma molti di noi che a quarant’anni siamo travagliati da una terribile crisi di esistenza umana perché abbiamo sempre vissuto alla periferia di noi stessi, stentiamo a trovare risposte definitive e indicazioni metodologicamente sicure per far luce su un problema che è soprattutto mistero.
La Chiesa, nelle sue varie espressioni di governo, si inserisce autorevolmente in un dialogo che secondo noi, ha come interlocutori diretti Dio e le nostre persone umane. Molte volte ci domandiamo qual è il suo ruolo, quali sono i confini della sua potestà su di noi, sulla nostra libertà, tenuto presente che essa quasi mai conosce direttamente il mistero delle nostre vite e delle nostre "morti". Qual è il rapporto tra la legge canonica e il vortice della crisi di identità di una persona? Basterà davvero che io obbedisca «come se fossi convinto di essere consacrato» e tutto andrà a posto in me, oppure renderò ancor più contraddittoria e dilaniata la mia esistenza?

Sto cercando di risolvere faticosamente il mio problema. Fin’ora ho capito che alla radice dei miei sbandamenti c’è una lacuna che è una voragine. Per anni non mi ero reso conto del vero significato di "consacrazione" sotto il profilo teologico e sotto il profilo esistenziale.
Sinceramente, credo di non esser stato aiutato molto in questo senso, né naturalmente né soprannaturalmente. Oggi sono convinto che la consacrazione non è un talismano bensì è in se stessa un impegno progressivo di vita che comincia quando Dio vuole, cioè quando i tempi sono maturi, e che va assunta con una consapevolezza, un senso di responsabilità che io non avevo e che altri hanno disatteso.
La consacrazione in me è un evento del quale posso anche disquisire in teoria ma che acquista concretezza e può essere gestito solo se lo concepisco e lo vivo come "risposta" ad un Dio misterioso. Io ho dovuto avere molta pazienza con me, con le mie infedeltà, continuando a credere - anche aiutato da voi - che Dio "comunque" mi aveva chiamato. Non è stata cosa facile, ma sono giunto così alla convinzione che la mia consacrazione non è "accaduta" una volta e per sempre ma piuttosto è un evento dinamico, progressivo, risultato di un processo maturativo realizzato da Dio solo se la creatura decide di collaborare. L’essermi arreso al "senso" del mistero di Dio che ha chiamato persino me e l’aver deciso di prendere sulle spalle la croce delle mie responsabilità ha operato il miracolo del risveglio della speranza. Ma questa è pura grazia.